Il brutto tempo è brutto per definizione, ma in Islanda quando fa brutto, è brutto forte.
Ci siamo svegliati con una spessa nebbia e la temperatura più bassa di un paio di gradi, ma zaini in spalla ci siamo incamminati verso la fermata le cascate di Dettifoss , accompagnati dalla coppia di tedeschi gentili nonostante un fare vagamente genitoriale di cui ho già detto.
Una volta scesi dall’auto, però, la nebbia fittissima si è mischiata ad una pioggia sottile e tagliente, lanciata a gran velocità sui nostri volti preoccupati da un vento non propriamente estivo. Il freddo si è fatto più intenso e comincia a farsi evidente l’inadeguatezza dei vestiti che ho portato con me.
Pochi secondi per infilarsi i pantaloni impermeabili e il poncho stile batman, e sempre con i pesantissimi zaini in spalla ci avviamo alle cascate, sperando che un bus magnanimo passi più tardi a recuperarci.
Cerchiamo le cascate che dicono essere grandiose, lasciandoci guidare dallo scroscio dell’acqua che, ci dice il ranger, per oggi è tutto quello che potremo avere da questo posto, e dopo circa un km (ma le mie spalle giurerebbero essere molti di più) arriviamo sul ciglio del burrone. Si vede poco, ma la portata del getto d’acqua è incredibile. Rimbalzando sulle rocce durante la caduta, l’acqua torna in alto formando colonne di schiuma e nubi di pulviscolo che ci colpiscono in pieno viso dal basso, dall’alto, e in qualsiasi direzione ci voltiamo. Mi pareva di averlo già detto, che l’Islanda non è un posto ospitale.

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Torniamo al parcheggio, bagnati ma in fondo contenti nella nostra masochista ricerca di inutili difficoltà. E in testa, un solo pensiero: chissà come dev’essere
bella questa cascata d’estate.

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