Il brutto tempo è brutto per definizione, ma in Islanda quando fa brutto, è brutto forte.
Ci siamo svegliati con una spessa nebbia e la temperatura più bassa di un paio di gradi, ma zaini in spalla ci siamo incamminati verso la fermata le cascate di Dettifoss , accompagnati dalla coppia di tedeschi gentili nonostante un fare vagamente genitoriale di cui ho già detto.
Una volta scesi dall’auto, però, la nebbia fittissima si è mischiata ad una pioggia sottile e tagliente, lanciata a gran velocità sui nostri volti preoccupati da un vento non propriamente estivo. Il freddo si è fatto più intenso e comincia a farsi evidente l’inadeguatezza dei vestiti che ho portato con me.
Pochi secondi per infilarsi i pantaloni impermeabili e il poncho stile batman, e sempre con i pesantissimi zaini in spalla ci avviamo alle cascate, sperando che un bus magnanimo passi più tardi a recuperarci.
Cerchiamo le cascate che dicono essere grandiose, lasciandoci guidare dallo scroscio dell’acqua che, ci dice il ranger, per oggi è tutto quello che potremo avere da questo posto, e dopo circa un km (ma le mie spalle giurerebbero essere molti di più) arriviamo sul ciglio del burrone. Si vede poco, ma la portata del getto d’acqua è incredibile. Rimbalzando sulle rocce durante la caduta, l’acqua torna in alto formando colonne di schiuma e nubi di pulviscolo che ci colpiscono in pieno viso dal basso, dall’alto, e in qualsiasi direzione ci voltiamo. Mi pareva di averlo già detto, che l’Islanda non è un posto ospitale.

image

Torniamo al parcheggio, bagnati ma in fondo contenti nella nostra masochista ricerca di inutili difficoltà. E in testa, un solo pensiero: chissà come dev’essere
bella questa cascata d’estate.

image

Reykjavik è un posto inospitale. A cominciare dal tempo, ovviamente:appena usciti di casa mi pento di aver ceduto alla lusinga dei jeans invece dei rischiosi pantaloncini, ma bastano pochi passi all’ombra per farmi infilare il maglione, ed al primo colpo di vento reclamo disperato la giacca a vento. Reykyavik è un posto inospitale, a giudicare dai prezzi, assurdamente elevati per qualsiasi cosa di cui cerchi di calcolare il cambio Corone – euro. Rejkyavik è un posto inospitale, perché il cambio corona – euro è impossibile da fare a mente . Reykyavik è un posto inospitale, perché il suo piatto tipico è un boccone di squalo putrefatto per sei mesi sotto terra dal sapore talmente rivoltante che l’unico modo di ingerirlo è di accompagbarlo ad un bicchiere di brennvin, tipico liquore al sapore di morte.

image

Reikjavik è un posto inospitale, perché girando tutto il giorno approfittando del sole ancora alto non ci accorgiamo che sono già le dieci (le dieci !).

image

Reykjavik è un posto inospitale perché l’ho scritto dieci volte, in dieci modi diversi, e senza mai riuscire a scriverlo giusto.

Reykjavik è un posto inospitale. A cominciare dal tempo, ovviamente:appena usciti di casa mi pento di aver ceduto alla lusinga dei jeans invece dei rischiosi pantaloncini, ma bastano pochi passi all’ombra per farmi infilare il maglione, ed al primo colpo di vento reclamo disperato la giacca a vento. Reykyavik è un posto inospitale, a giudicare dai prezzi, assurdamente elevati per qualsiasi cosa di cui cerchi di calcolare il cambio Corone – euro. Rejkyavik è un posto inospitale, perché il cambio corona – euro è impossibile da fare a mente . Reykyavik è un posto inospitale, perché il suo piatto tipico è un boccone di squalo putrefatto per sei mesi sotto terra dal sapore talmente rivoltante che l’unico modo di ingerirlo è di accompagbarlo ad un bicchiere di brennvin, tipico liquore al sapore di morte.

image

Reikjavik è un posto inospitale, perché girando tutto il giorno approfittando del sole ancora alto non ci accorgiamo che sono già le dieci (le dieci !).

image

Reykjavik è un posto inospitale perché l’ho scritto dieci volte, in dieci modi diversi, e senza mai riuscire a scriverlo giusto.

Appena messo piede sull’aereo capisco di aver preso il volo giusto. Non per le hostess bionde, non per la famiglia islandese dalle bizzarre abitudini vestiarie di cui sopra, non per i cuscini con sopra scritta una ninna nanna in parole da diciotto sillabe, ma perché dalle casse della musica in filodiffusione passano in successione alcuni brani delle amiina, di olafur arnalds, dei mum e di altri musicisti islandesi che ascolto da ormai parecchio tempo e che normalmente sono piuttosto sconosciuti. E tutto questo senza che nessuno abbia ancora chiesto “che roba è questa?” reclamando il jay-z di turno.
image

Mentre il volo prosegue la temperatura si fa via via più fredda, mentre il sole che era già tramontato torna a fare capolino sulle nuvole, come un tramonto all’incontrario.
Il sole all’inverso e il fuso orario iniziano a confondermi, e quando arriviamo al l’ostello sono ormai quasi le quattro, o le due, o entrambi, ma il cielo resta luminoso. Mi infilo sotto il piumone rassegnato a non dormire a causa della luce che continua ad aumentare d’intensità, quando mi ricordo di un paio di paraocchi neri che mi son portato appresso, un po’ per scherzare. Li indosso e mi risveglio a mezzogiorno, in Islanda.

image