Autostop. Lasciando la mente libera di vagare per associazioni casuali, le cose che mi vengono in mente sono, nell’ordine:
1) ragazza sgozzata da un serial killer che sceglie le sue vittime sul marciapiede
2) tossicodipendente che, avendo investito tutti i suoi soldi in stupefacenti, non può permettersi neppure il biglietto del bus
3) gioca-jouex.
Ma fortunatamente in inglese si dice “hitch hiking” per cui tutte questi concetti non raggiungono la superficie della mia coscienza.
In Islanda la pratica dell’autostop (pappa-pararà-pappa-pararà salutare! Clacson!) è molto diffusa e praticata comunemente sia dai locals che dai turisti, tanto da essere consigliata come “mezzo di trasporto” sulla guida, e molti viaggiatori affermano di aver girato l’intera isola utilizzando semplicemente il proprio pollice.
Tuttavia, un po’ per i tempi serrati del nostro itinerario, un po’ per le truci immagini di cui sopra, non avevamo in programma di spostarci in autostop (pappa-pararà-pappa-pararà Nuotare!).
Ma quando abbiamo chiesto a tutti i novemila campeggiatori del camping di Skaftafell se qualcuno fosse disposto a darci un passaggio al paese vicino, ci siamo accorti che da lì all’autostop (pappa-pararà-pappa-pararà più veloce!) il passo era ormai breve.
L’indomani, dunque, pieni di entusiasmo ci siamo portati al bordo della strada col pollice in su. Passano dieci minuti. Venti. Quaranta. Un’ora. L’entusiasmo ormai sparito da tempo, iniziamo a vagare con i pesantissimi zaini sulle spalle di qua e di là della strada, importunando ogni turista che si fermasse nel parcheggio lì vicino. Stiamo per desistere quando una coppia di donne italiane, vedendo Massimo da solo e ormai disperato, accosta per raccoglierlo, e così vincono anche me.
Accatastati sul retro dell’auto ci lanciamo subito in un’allegra chiacchierata, in pochi secondi parliamo di noi, dell’Islanda, dei viaggi fatti e di quelli che vorremmo fare, e prima di giungere a destinazione mapo ha già posto le basi per il fidanzamento con la figlia dell’autista, una pimpante professoressa di Italiano.
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Vista l’ottima esperienza, anche in serata proviamo la via dell’autostop (pappa-pararà-pappa-pararà girare!), ma questa volta con delle tinte molto più drammatiche: mentre stiamo in attesa della gentil vettura, infatti, veniamo attaccati da alcuni uccelli dal becco aguzzo, che starnazzano a gran voce sulla nostra testa in perfetto stile hitckockiano. Forse mossi a pietà, una giovane coppia di stranieri accosta e ci accompagna alla nostra destinazione successiva, la graziosa Hofn.
Col passare dei giorni le esitazioni e i soldi per il bus diminuiscono di pari passo, lasciando alzare il pollice con disinvoltura sempre maggiore. Una coppia di fieri islandesi, un gruppo di “Viaggi e avventure nel mondo” italiani, una famiglia del New Hampshire, un gruppo di anziani svizzeri che ci hanno riempito di cioccolato svizzero, due tedeschi di mezza età con un fare vagamente genitoriale e non poche perplessità nel lasciarci sotto la pioggia a Dettifoss, una coppia di Barcellona  a cui abbiamo fatto sbagliare strada prolungando il tragitto di una decina di km, un ragazzino islandese che ci ha accolto nella sua auto tra bottiglie di birra vuote, parrucche da pagliaccio e costumi da bagno, ed infine una fantastica famiglia di austriaci con tre bambini dai capelli biondissimo, biondissimissimo e biondissimissimissimo, che dopo averci accompagnato ai bagni geotermali di Myvatn sono pure venuti a cercarci per offrirci il passaggio al ritorno.
A ripensarci, vien quasi da avere fiducia nell’umanità.

Montare una tenda ai piedi di un ghiacciaio, con l’aria gelida in aumento minuto dopo minuto :fatto.

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Ogni viaggio che si rispetti deve avere un’adeguata playlist sull’iPod, recita un antichissimo proverbio islandese. E, visto che come al solito non sono bravo a prenotare gli aerei, a trovare gli ostelli o a pianificare i percorsi da seguire, anche questa volta a me è stata affidata la compilazione della colonna sonora.
In realtà ho iniziato a raccogliere le canzoni per questo viaggio da quando ho cominciato ad immaginarlo: in quarta liceo un’amica mi passò il cd di un gruppo sconosciuto a me e al mondo, di cui aveva solo il titolo di una canzone,  peraltro sbagliato, e un ritaglio di giornale che raffigurava quattro ragazzi immersi fino al naso in una piscina di acqua biancastra circondati da erba verde sotto un cielo nebbioso. Wikipedia non esisteva (!), o comunque non arrivava in camera mia, quindi senza sapere altro misi sul lettore il cd dei Sigur Rós e chiusi gli occhi. Qualsiasi cosa avessi ascoltato prima non aveva niente a che vedere con questo: tempi dilatati, suoni all’incontrario, voci di un ottava sbagliata e un’intensità emotiva disarmante. Ricordo ancora, a più di dieci anni di distanza, il primo ascolto di quel disco dal bene augurante titolo “Un buon inizio” (che chiaramente in islandese non si dice così, ma tant’è, una settimana qua non ha ancora migliorato la mia padronanza della lingua).
Non so bene cosa, ma qualcosa stava iniziando. Da allora ne è passata di acqua di sopra i geyser, il lettore cd ha macinato diversi miliardi di chilometri, ho passato un bel po’ di ore fingendo di studiare davanti a libri che non guardavo per chiudere un attimo gli occhi e immaginare spiagge vulcaniche, colate di lava a picco sul mare, ghiacciai immensi , cascate e distese di neve.
Mentre scrivo sul bus per il lago Myvatn con gli auricolari nelle orecchie non c’è bisogno di chiudere gli occhi.

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