La pena di vivere

1 aprile 2011

Un paio di settimane fa Roberto Saviano ha lanciato su Repubblica una sfida singolare e decisamente controcorrente, in questo periodo e in questo mondo in cui pare tutti (io per primo ho fatto sfoggio di questa abilità innumerevoli volte!) abbiano infiniti e validissimi motivi per lamentarsi, per scoraggiarsi, per preoccuparsi e, infine, guardarsi indietro insoddisfatti. Il compito era molto semplice: indicare dieci cose per cui valga la pena di vivere.

Non starò a commentare il risultato di questa semplicissima e al tempo stesso impossibile gara, visto che lo stesso autore lo ha già fatto ovviamente meglio di come potrei io, piuttosto consiglio innanzitutto di leggersi l’articolo in questione, e poi di scorrere alcuni degli elenchi (magari i cinque scelti dallo stesso Saviano) per togliersi dalle spalle per una sera la solita malinconia marcia e pregna delle preoccupazioni di non entrare in specialità, della prospettiva di lavorare anche domani, della delusione di passare una delle prime sere d’estate a casa per recuperare preziose ore di sonno. Vivere è una pena, nessuno lo mette in dubbio, ma almeno dieci motivi per cui la si sopporti li ho elencati anch’io.

(Sono timidino, mi si perdoni, e il primo motivo l’ho crittografato. Tanto si capisce lo stesso di cosa si va parlando.) Leggi il seguito di questo post »

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Awakening

6 febbraio 2011

Quando mi sveglio, all’inizio è il caos totale. 

Non capisco nulla, non riesco a decifrare niente: dove sono, dov’è l’alto e dove il basso, perchè sono lì, dov’è il ““, se sono sveglio,  in che tempo mi trovo, se ho ancora le braccia o le gambe. Come quasi sempre deduco che sono morto, e il pensiero in qualche modo mi tranquillizza. Ma per poco: il disorientamento mi agita, e lotto strenuamente per svegliarmi, come in un sonno profondo e malato dal quale devo scappare per andare a scuola. E in qualche secondo torno a galla, come un bruco che scava da sotto terra  e spostando gli ultimi sassolini ritorna in superficie.

Ah, sì: sono sdraiato. Oh no, cazzo, cazzo, merda, no, dove sono?, merda, sì: ho avuto un’ Leggi il seguito di questo post »

Another year’s over

2 gennaio 2011

Il duemiladieci è terminato, e gliene sono molto grato. Possiamo dircelo: l’anno scorso ha fatto proprio schifo. Ho avuto delusioni forti, inaspettate e reiterate. Ho viaggiato, ma meno di quanto avrei voluto; ho visto dei bei concerti, ma meno di quanto mi aspettavo. Non ho scoperto molti nuovi amici (qualcuno sí) ma ho sicuramente perso di vista alcuni dei vecchi (forse non erano grandi amicizie, dopotutto). Anche i neuroni del lobo temporale han rotto le palle, e ripetutamente.
Ho avuto più momenti Leggi il seguito di questo post »

Neve

23 dicembre 2010

Da bambini, io e mio fratello avevamo un modo nostro di giocare con la neve. Come tutto ciò che si fa da bambini, sembrava una cosa al contempo divertente e normalissima, nuova e inevitabile, ma ripensandoci oggi, quando mi è casualmente tornata in mente dopo tanto tempo, era una cosa tenera, e un po’ romantica anche.

Ogni inverno, quando cadeva la prima neve, ne raccoglievamo una manciata e cercando il più possibile di non distruggerla la avvolgevamo delicatamente in un foglio di alluminio, per riporla velocemente nel freezer, dove eravam sicuri che la temperatura artificialmente sempre ghiacciata le avrebbe permesso di conservarsi fino alla prossima estate, ed una volta giunta avremmo aperto di nuovo lo sportello marrone della cucina ritrovando perfettamente intonsa la palla di soffice neve, ed avere così l’ebbrezza e il raro onore di poter toccare la neve d’estate. Era forse un modo per sfuggire al tempo, era già un modo per cercare di fregarlo, di dare le nostre regole al passare delle stagioni, avvalendoci semplicemente di uno sportello che schricchiolava nel ripiano alto del frigorifero. Sembrava Leggi il seguito di questo post »

Canzoni da viaggio statico

9 dicembre 2010

Mi è successa una cosa strana. Circa una settimana fa mi è venuta quest’idea, di fare una playlist (una “cassettina” l’avremmo chiamata qualche anno fa) e di usarla come regalo virtuale per degli amici. Il concept era quello di raccogliere quelle canzoni che non sarebbero mai potute entrare nelle mie celebri compilation da viaggio, ossia nei cd che tradizionalmente preparo prima di ogni tipo di vacanza o viaggio che implichi almeno un paio d’ore di spostamento. Un’idea come un’altra: solo un pretesto per perdere un po’ di tempo a fare questa cosa che mi diverte, raccogliere canzoni del mio presente e passato come briciole da un tavolo, e cercare di disporle su un piano per creare un disegno più grande. Come sempre, alla fine ci ho speso più tempo del necessario, e come sempre ad un certo punto mi accorgo che Leggi il seguito di questo post »

In attesa

31 ottobre 2010

C’è qualcosa di meraviglioso nell’attesa.

Ok, ok: questa cosa e già stata detta talmente tante volte talmente bene da talmente illuminati autori che anche solo voler toccare l’argomento da qualcuno come me è segno di scarsa fantasia, se non addirittura di ignoranza.

Ma come posso non dire niente, Leggi il seguito di questo post »

Don’t tell

14 ottobre 2010

Non è una cosa a cui si pensa molto, durante gli anni di università. O almeno non io: quando mi proiettavo nel futuro lavorativo mi figuravo le difficoltà nel ricordare i farmaci e le procedure per i diversi tipi di patologie (vere), le difficoltà nella gestione dei rapporti umani con i pazienti (vere), le difficoltà a sostenere orari di lavoro anche pesanti e incuranti di domeniche e festività (vere). Ma sinceramente non avevo mai pensato che questa piccola clausola inserita nel codice deontologico della mia come di mille altre categorie avrebbe potuto crearmi difficoltà: il segreto professionale.

Il primo motivo è che, Leggi il seguito di questo post »

The rising run

6 settembre 2010

Un paio di settimane fa, seduti su una scogliera dall’altra parte dell’Adriatico a sorseggiare un tramonto di quelli che le cartoline non sanno immortalare, un amico suggerì che per vivere una vita felice fosse necessario vedere l’alba almeno un paio di volte all’anno. Ora, a onor del vero avrei avuto qualcosa da ridire su questa teoria, visto che il mio ideale di felicità si avvicina molto di più al concetto di sonno eterno piuttosto che a quello di autoinfliggersi un paio di levatacce ogni annata, ma dal momento che tutti sembravano piuttosto convinti di questa cosa non mi arrischiai a insistere sulla mia linea di pensiero bed-friendly, e continuai a godermi il cerchio rosso che in pochi secondi scivolava senza ripensamenti nel mare. Leggi il seguito di questo post »

Guido piano

4 agosto 2010

     Qualcuno crede che le automobili siano state inventate per spostarsi velocemente, o per percorrere lunghe distanze, o ancora per avere un modo di inquinare anche quando basterebbe spostarsi in bici. No: le automobili sono state inventate per viaggiare di notte con i finestrini abbassati.

     E’ una notte di inizio di agosto, salgo in macchina, prima di partire abbasso completamente i vetri e accendo la radio. Fa ancora caldo e l’aria che entra a ondate non fa che piacere. Ho un disco nuovo da ascoltare, una raccolta di brani dei Radiohead cantati solo con l’ukulele: una cosa assurda a pensarci, ma il suono ruvido e agreste di quella chitarrina sembra entrare dal finestrino invece che uscire dalle casse dell’autoradio, e mentre alzo poco il volume ho la certezza che ci sia qualcuno tra i campi ai lati della tangenziale che canta. La strada è vuota e guido piano, come non faccio mai quando di giorno il traffico mi impone acrobazie per poter andare velocemente a rincorrere il ritardo quotidiano. Guido piano e penso solo a quanto sto bene, con l’aria che mi arriva in faccia e l’odore di erba, di notte, di letame e di stelle che si succedono man mano scorro i pochi chilometri che mi separano da casa.
Sto bene, ho tuffi nel petto, l’aria in faccia, non chiedo altro.

Son(n)o

8 luglio 2010

     Ultimamente ho un dubbio.
Ho il dubbio che la mia vita sia quella che trascorro mentre dormo, mentre quello chi succede da sveglio sia solo un intervallo, un po’ di pubblicità tra un sonno e l’altro. L’abbandono che mi accoglie ogni volta che poso la testa sul cuscino è così irresistibile e familiare che il pensiero che sale è sempre lo stesso: sì, finalmente sono tornato. Che sia pomeriggio, sera, mattino, quando finalmente chiudo gli occhi ritorno nel mio mondo, che è esattamente lì dove lo avevo lasciato malvolentieri qualche ora prima.
 
     Da piccolo avevo qualche problema con i sogni: per anni ho faticato a distinguere i ricordi degli eventi avvenuti realmente da quelli sognati. Per molto tempo, ad esempio, son stato convinto di avere un villaggio di folletti in fondo alle coperte del letto, che regolarmente visitavo notte dopo notte e con i cui abitanti intratenevo ottime relazioni. Fino alle medie, poi, ero convinto di aver viaggiato con un auto che sapeva andare in verticale, e molte volte ho messo in imbarazzo i genitori raccontando ai loro amici di quando mi avevano lasciato a casa da solo per una settimana, cavandomela tra l’altro egregiamente con fornelli e lavatrice. Ovviamente era tutto frutto del mio dormire, ma nella mia mente i ricordi di questi sogni erano talmente indistinguibili da quelli delle esperienze reali che ho impiegato molti anni a ricollocare ogni episodio nel contenitore giusto. Anche adesso talvolta mi capita di confondere i due mondi, ma perlopiù si tratta di cose molto meno divertenti: al massimo ricordo conversazioni mai avvenute o viaggi che in realtà devo ancora fare – il villaggio di folletti resta inarrivabile.
 
     Ma quando entro sotto le coperte è difficile non crederci: il mio mondo mi sta aspettando, quel posto dove continuo ad incontrare lei che ogni notte mi domostra che non è vero che è ammalata, dove ogni notte mi ricordo come si fa a volare (basta prendere bene la rincorsa e darsi una spinta su un muretto, e poi continuare a muovere le gambe e le braccia come se stessi nuotando), dove ogni volta che accorcio i capelli mi ritrovo con una chioma più soddisfacente e liberatoria, anche se piuttosto spesso mi cadono tutti i denti e non c’è modo di riattaccarli.
     E’ un bel posto, anche se ogni tanto devo congedarmi per fare una capatina nell’altro mondo, quello con l’inquinamento. Ma è solo questione di poche ore, poi ritorno.
 

We never change, do we?

8 luglio 2010

   

     Son passati ormai un po’ di anni da quando ascoltavo questa canzone. Era un brano morbido, melenso, un po’ come il sole delle sette di sera quando la spiaggia si è scrollata di dosso i turisti dalle spalle scottate con il loro sèguito di marmocchi urlanti. La cantava un gruppo di ragazzi di basso profilo che di lì a poco avrebbero abbandonato queste atmosfere oppiacee per addentare il Gran Successo, rendendo sempre meno appropriato il nome di "Suono freddo" che si erano scelti.
     Quello che mi piaceva, oltre al tono dimesso e settembrino, era proprio la tesi del testo, ben espresso dalle poche parole del ritornello: "We never change, do we?". Una gran verità, e per anni ho sposato quest’idea con entusiasmo: siamo quel che siamo, cambiano scarpe e pettinatura ma il nostro carattere si modula solo di poco. Chi è perfezionista, chi schivo, chi ansioso e chi accomodante. Ci mettiamo d’impegno, giriamo ambienti e amici ma la nostra essenza non cambia mai davvero. "We never learn, do we?". No, we don’t, rispondevo mentalmente ascoltando la canzone. Quante volte nella vita mi è capitato di ritrovarmi in situazioni già vissute in precedenza, di essere quello che nel gruppo finisce per interpretare il solito ruolo, di essere entusiasta o scettico in fondo sempre per gli stessi motivi. È vero, mi dicevo, non cambiano mai, ci moduliamo soltanto un po’.
 
     Ma i Coldplay hanno smesso di fare ballate fumose in favore di ballabili famose. E anche nella mia prevedibile vita l’avvento di eventi imprevisti mi ha in qualche modo obbligato a fermarmi e a fare le cose in modo diverso – in modo stra-ordinario, in modo dis-ordinato e in-controllato. Finché mi alzo un giorno e scopro che qualcosa è cambiato. Ma come, proprio io che ormai avevo fatto mia la Grande Verità che è impossibile cambiare? Mi sarò confuso: in effetti mi confondo sempre! Eppure, eppure comincio a credere che le cose (anzi:le persone) possano cambiare davvero. Io mi sento diverso davvero! Non so se in meglio o in peggio, sebbene il mio sforzo vada sempre com’è ovvio nella prima direzione.
     Tanto per cominciare mi sento più leggero, mi sento meno obbligato e meno ambizioso – meno angosciato dalla perfezione. È un bene? Bho! E che stupido sarei a dare una risposta adesso. Sono meno puntuale, anzi sono diventato un po’ ritardatario. Non me ne capacito, non è da me, non me lo perdonerei! Ma in fondo a che serve dannarsi l’anima per spaccare il minuto? Ecco, mi sto già giustificando: ormai è fatta! Ho guadagnato i primi soldi e li ho spesi tutti. Questa è incredibile. Ora mi sto preoccupando. Anche perché non ricordo neppure bene in cosa li ho spesi, io che ho sempre tenuto a mente pure quanto spendo per il pranzo.
     E poi, la cosa che mi ha fatto scattare l’allarme, è che non ho neppure dei programmi precisi per il futuro. Non so ancora bene quando andrò in vacanza, men che meno dove dormirò. E non ho pianificato lo studio. Anzi, che non si sappia in giro, ma non ho neppure iniziato a studiare.
 

 
     Questa sera ho cenato, poi invece di uscire ho preso un libro e mi son messo sull’amaca in giardino. Poi il libro non l’ho aperto, ho giocato con le margherite che mi pizzicavano la mano facendone dei cerchi come facevo da bambino. Ho lasciato scorrere il tempo, seguendo un filo di pensieri che non portava da nessuna parte, e mentre iniziava a far buio ho aspettato di vedere se spuntavano le stelle, ma ho chiuso un attimo gli occhi e credo di essermi addormentato.
 
 
     …Do we?

Circolo chiuso

23 marzo 2010

     Non sono un tipo incline a farsi venire gli occhi rossi. Anche se qualche volta ci starebbe bene, parrebbe quasi cinematografico mostrare un po’ le proprie emozioni, lasciare che la lacrimuccia scenda dal naso e col fazzolettino sottolineare la propria gioia, anche se qualche volta non scalfirebbe la mia maturità (ammesso che ne abbia una), nonostante ciò non è una cosa che mi succeda spesso.
     Ad una laurea, ad esempio, una lacrima ci sta sempre bene. In questo periodo ce ne son state tante, e mamme, papà, fidanzati e fidanzate, fratelli, amici, nonché ovviamente degli stessi neodottori, al momento della proclamazione hanno alzato la manina per raccogliere quella goccia di acqua salata che scintillando un poco ha sottolineato il momento: ecco, ora ci sono, momento importante. Ma neppure alla mia, in cui ero davvero molto emozionato e gioioso, è uscito nulla dagli occhi che cercavo di strizzare.
    
     Ma oggi, alla proclamazione di Alice, oggi un po’ inaspettatamente è successo: un pizzicorio tra le palpebre, ed è spuntata un inizio di lacrima che prontamente ho ricacciato indietro, un po’ imbarazzato, per ricompormi e scattare le foto di rito. Con questa laurea, infatti, si sono laureati tutti i miei migliori amici di questi anni, quelli che ho fortunatamente incontrato i primissimi giorni e che da allora quasi senza pausa sono stati i miei compagni di… tutto.
     E se, con il libro dei quiz al fianco del pc, con le palpebre calanti nella prospettiva di un’altra giornata tra libri e ospedale, perdo ancora tempo a fissare questi pensieri sulle mie pagine inesistenti, è perché oggi ancora di più mi rendo conto di come tutto questo sia importante, sia di vitale importanza, sia quello che mi ha identificato – non il lavoro, e lo dico di nuovo, consapevole di ripetermi, che io non sono il mio lavoro, e spero che neppure tu lo sia, e che non lo diventi mai.
    
     Volenti o no col tempo siamo diventati un circolo, e sempre come un cerchio oggi ci chiudiamo tracciando l’ultimo tratto della nostra storia universitaria. E ancora, so di ripetermi, ma è stato davvero, davvero bello. La lacrimuccia è per la gioia di averlo condiviso con voi.

Giustamente pensare

5 febbraio 2010

     Si potrebbe giustamente pensare che non mi va mai bene niente. Finisco le lezioni, e mi lamento che non vedrò più i miei compagni; mi laureo, e mi lamento che non farò più vita da studente; esce il bando per il test di ammissione alla scuola di specialità, e mi lamento che sto perdendo le mie libertà. E mi lamento di quelli che si lamentano, oltretutto.
 
     Però, non mi lamenterei cosi tanto se non vedessi che apparentemente tutti gli altri non aspettino altro che farlo, questo benedetto test. E vabbè: che c’è si strano, si potrebbe giustamente pensare. C’è di strano che il lavoro dello specializzando è un tour de force, un numero indeterminato (ma sicuramente maggiore di 8) di ore giornaliere 5-6 giorni a settimana festività incluse, e quando non lavoro dovrò darmi da fare per studiare e cercare di imparare qualcosa di più sulla neurologia colmando il baratro di ignoranza con cui mi appresto ad iniziare il mio lavoro. E tutto ciò mi piace anche (!), ma la logica conseguenza è che dovrò ridimensionare le cose che voglio fare nella vita. Che non è “solo” lavoro, per quanto il mio lavoro sarà appassionante e abbia lottato per ottenerlo: la vita è anche vedere, leggere, scrivere, suonare, ascoltare, fare, rifare, dormire, uscire, baciare, girare, e, giustamente, pensare.
(Qualche giorno fa, passeggiando per Brescia con uno dei pochi amici che condividono le mie perplessità, svoltato l’angolo ho trovato scritto su un muro con una bomboletta spray: “TU NON SEI IL TUO LAVORO”. Epifanica.)
Chiaro che non dovrò rinunciare a tutto en bloc, ma dovrò ridimensionare, e non necessariamente secondo i miei desideri.
Non mi va mai bene niente.
 

Funziona così

2 febbraio 2010

     In pratica funziona così, che quando sono un po’ giù divento ipersensibile alla musica. E mica alla musica classica, o ai suoni in generale: proprio alle canzoni. Qualsiasi cosa ascolti, mi sembra che stia parlando di me in maniera incredibilmente ed eccezionalmente veritiera, e che ogni cambio di accordi sia stranamente melodrammatico, e che quella chitarrina slide messa lì così sia insuperabile, e così via con una serie di sensazioni per cui il cuore ha un tuffo ad ogni giro di Sol.
     Oggi funziona che sono un po’ giù perché mi sembra di non poter ricordare abbastanza. E non mi riferisco ai miei studi – certo, anche il non ricordarmi i farmaci e l’anatomia cerebrale ecc. è una bella rottura, ma non è il Pensiero Paranoide di oggi. Mi riferisco invece al fatto che non riesca a ricordare tutti i libri che ho letto, e i film che ho visto, e tutti i personaggi che per qualche ora ho creduto eccezionali, quelli che mi sembrava mi stessero segnando la vita; e poi non mi ricordo tutte le persone che ho conosciuto (hem… come qualcuno potrà ricordare grazie ad alcune mie celebri gaffes), non mi ricordo i palazzi e le luci delle città dove sono stato; non mi ricordo nemmeno tutte le canzoni che ho ascoltato, men che meno gli accordi di quelle che suono. Non riesco a ricordarmeli tutti: funziona così. E capirlo mi rende tristissimo, perché se non mi ricordo di un momento è, in definitiva, come se non lo avessi neppure vissuto. Oh, sono sicuro che gli Elbow in questa canzone parlassero proprio della stessa sensazione!
     E poi (ma forse è la conseguenza del problema di cui sopra) oggi son triste perché non riesco a vivere abbastanza. Oddio, non è che stia per morire, sia chiaro! È che per quanto mi sbatta all’infinito e cerchi di fare il doppio di una persona media (mmm… il doppio di una persona medio-scazzata, diciamo…), ci son troppe troppe cose che mi sfuggono (una volta ho detto "ho troppe troppe cose per la testa" e un amico mi ha risposto "sono i capelli". Ottima uscita!) Dicevo, ci son troppe cose che mi sfuggono: recentemente ho fatto un tuffo all’indietro nel blog di un amico, fino a leggere i post di prima che ci conoscessimo, ed è stato strano vedere e capire quanta vita ci sia stata mentre io vivevo un’altra vita, e quante cose avrei potuto fare e non ho fatto. Ma le avrei davvero potute fare? Non lo so. Di sicuro le ho perse, e mentre scrivo ne sto perdendo altre. Sono sicurissimo che ieri ho ascoltato una canzone che parlava proprio di questo… di chi diavolo era? di Moltheni forse?
Il pensiero positivo è stato capire che tutto questo significa necessariamente che ho tantissima voglia di vita. E realizzare questa cosa mentre si è immunsoniti, insomma, non è cosa da poco. Prossima canzone?

Travels in constant

25 gennaio 2010

     Sul treno che da Milano mi riporta a casa, dopo un viaggio che ha sezionato l’Europa, dopo ore in auto a cercare di vedere più possibile di quello che c’è fuori per guardare quello che c’è dentro, la sonnolenza della domenica mattina stimola le riflessioni. Perché l’epoca storica impone valutazioni, impone di rifare continuamente il punto della situazione per evitare che siano gli eventi a farmi succedere. Se non voglio che sia la vita a vivermi. E chiaramente non lo voglio. 
     Il momento di agire è sempre stato, ogni momento è il momento di agire, con la differenza che ora certe azioni sembrano non essere più procrastinabili. Gente che ci ha sempre provato – a trovare un modo migliore, a non accontentarsi, a provarci e a indignarsi – ognuno in modo diverso, ma ora ugualmente inizia ad accusare stanchezza. Gente che inizia ad essere disillusa, che inizia ad accettare compromessi, anche se sicuramente non smetterà mai di provarci. E non capisco se questo significhi crescere o invecchiare
     Guardo fuori, e non c’è niente di bello: la veduta grigia e nebbiosa trasuda freddo, e il finestrino sporco che lo incornicia non fa che renderla ancora più squallida. Eppure mi piace, la sento familiare, sento che mi appartiene, che è smagliante sotto l’apparenza sterile.
Forse è crescere: svelare illusioni, appezzare una grigia pianura padana, smettere di lottare per qualcosa. O forse è rimanere giovani, girare per respirare nuove città, continuare ad incazzarsi per la merda intorno, sperare in un altra possibilità, e fare il possibile e qualcosa di più per ottenerla. 
     O forse è solo questione di dizionari.