Stupidamente non ascolto molta musica italiana. Un po’ per quell’anglofilìa che ho immotivatamente sviluppato fin da bambino, un po’ perchè il mainstream italiano è quantomeno deprimente, e tolto qualche cantautore di oggi o di ieri non ho prestato molta attenzione a quanto si canta al di qua delle Alpi. Stupidamente. Perchè quando invece cedo e ascolto  un po’  di quello che propone l’underground del sì, scopro cose decisamente ottime.

I Ministri sono una band (anzi: un gruppo) milanese attivi da meno di una decina d’anni, con alle spalle tre album e una lunga serie di concerti live (anzi: dal vivo) su e giù per lo stivale, e nel loro genere hanno anche ottenuto successo entrando pure nella top 20 (anzi: nei migliori 20) dischi più venduti della classifica ufficiale italiana, finendo pure ad aprire il concerto dei Coldplay (anzi: dei Suonofreddo) nel 2009.

 Da pochi mesi hanno Leggi il seguito di questo post »

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Dunque, lo dico subito: non è un disco palloso. E’ inevitabile che, a voler ascoltare musica un po’ ricercata, un po’ diversa dalle New Hits, si finisca con l’inseguire dischi sempre meno diretti, melodie scarne, cantati inafferrabili, fino a trovarsi nello stereo un disco che, se non lo ascolti col mood giusto, è sostanzialmente e indiscutibilmente un po’ palloso. Ma a volte succede invece di scoprire un disco di qualità che sa essere anche gustoso.

I The Sonnets arrivano dalla sempre fruttuosa Svezia, e sono giunti alla ribalta da qualche mese con un disco sul quale mi sento di puntare molto – e visto che se ne sta iniziando a parlare un po’ su tutti i siti musicali, eccheccazzo, per una volta cavalco anch’io i tempi!

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Dopo l’uscita pop un po’ datata dell’ultima volta, torno nelle mie più consuete terre della musica… uff… eh, mi tocca dirlo: indie.

Gli “I am kloot” sono un gruppo britannico attivi da una decina d’anni, che dopo vari album e diatribe con le solite case discografiche cattive cattive pare siano riusciti a fare il famoso grande passo con l’ultimo disco, “Sky at night”, uscito questa estate con la produzione del cantante degli Elbow di cui ovviamente non ricordo il nome (insomma, non sono mica Wikipedia. Per i dettagli noiosi si può sempre andare lì, lo dicevo anche qualche giorno fa.), sollevando l’interesse di criticaepubblico, come si suol dire.

E mi verrebbe voglia di fermarmi qui: Leggi il seguito di questo post »

Il mondo delle cover è sempre un mondo scivoloso: se sei troppo fedele all’originale ti accuseranno di scarsa personalità, se sei troppo fantasioso i fedelissimi urleranno allo scandalo, e in ogni caso la produzione musicale contemporanea è talmente sovrasatura che solo in pochissime occasioni i brani reinterpretati da altri cantanti hanno superato il qualità e fama i corrispettivi originali. Poche occasioni, ma quasi sempre notevoli.

Una di queste è senz’altro la “Nothing compares 2 U” di Sinead O’ Connor, originariamente una composizione minore di Prince scritta per una band di cui nessuno ricorda nulla (e di cui io non ricordo il nome. Ok, Wikipedia suggerisce “The Family”. Grazie Wiki Wiki.), e Prince stesso ha iniziato ad eseguirla dal vivo solo dopo il successo della versione di Sinead – insomma, ha fatto una cover della sua stessa cover!

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Io mi atteggio in modo particolare nei confronti della musica – o meglio, nei confronti dei dischi: ho un comportamento ben preciso e attivo di ricerca. Leggo recensioni, sento opinioni e ascolto suggerimenti, saltando da un album all’altro secondo un filo più o meno definito fra generi e stili che mi soddisfano. Infilo il cd nel lettore e seguo quello che mi piace, penso a quello che va e che non va, e dopo un po’ vado in cerca di un altro disco, seguendo quella direzione se il disco mi piaceva, o cambiando aria se non mi aveva soddisfatto. Ricerco musica come un entomologo ricerca gli insetti: non c’è un obiettivo, se non quello di avere per il piacere dei miei sensi quello che è bello secondo il mio gusto.

Ma. Leggi il seguito di questo post »

     Sinceramente, non me l’aspettavo. Non mi aspettavo di avere a disposizione un’altra estate da vivere in maniera… diciamo "giovane". Non che i venticinquenni debbano fare cose drasticamente diverse dai ventiseienni, ma ovviamente una volta messi entrambi i piedi nel celebre Mondo Del Lavoro certe cose non si possono più fare – che so, far ripetutamente tardi durante la settimana, ad esempio, oppure prendere il treno e stare un paio di giorni in un’altra città per sentire dei concerti, andare in biblioteca per prendere 7 libri e riconsegnarli ben prima della scadenza mensile. E con tutta la mia sbruffoneria, a quest’ora mi vedevo indubbiamente chiuso in un ospedale senz’aria condizionata a svolgere il mio buon lavoro di specializzando. Ma oltre a una buona dose di superbia, la mia era una sincera e triste consapevolezza, che il prezzo da pagare per quell’ingresso praticamente scontato sarebbe stata la fine dei tempi in cui si possono fare tutte le vacanzine che le mie brevi finanze possono permettermi, e tutto sommato sarebbe stato giusto così, la ruota gira e il mio tempo in quello scenario era agli sgoccioli. Nulla di più e nulla di meno di qualcosa di naturale e inevitabile.

     Insomma quest’estate non me l’aspettavo proprio, ed è con un po’ di sorpresa che mi ritrovo a riascoltare questo disco degli Stereophonics, che se lo ascolti d’inverno fa un po’ lo stesso effetto che fanno quelle signore sui cinquant’anni che girano con jeans attillati e top fucsia (ovvero: fuori tempo massimo). "Just enough education to perform" è un disco che ha già qualche anno, e ha avuto dunque modo di conoscere il successo e farsi apprezzare sia dagli amanti del martini con Gwyneth ("Have a nice day"), così come da orecchie più esigenti ("Handbags and gladrags"), nonchè dalle chitarre più alcoliche ("Vegas two times") e da quelle più acustiche ("Step on my old size nine"). Ma più di tutto è un disco estivo, come le feste all’aperto e i pantaloncini corti, cantando di viaggi in caravan, notti sulla cima di un tetto, perdersi in paesi dagli abitanti poco ospitali e vite on the road.. Kelly Jones ha una delle voci ruvide più morbide che esistano, e riesce ad essere rilassato anche qualdo è incazzato con i giornalisti ("Mr. Writer"). Io non lo voglio ancora dire, perchè ora l’ho capito che bisogna andarci piano a trarre bilanci e dare giudizi solo a posteriori, ma giunto alla traccia 9 Kelly Jones continua a cantare quella line, che è così arrendevole e liberatoria, e in un lugliagosto a sorpresa tra laghi e mari e monti come questo come faccio, come posso non unirmi anch’io al suo canto nicotinico?

…All in all, is nice to be out…

 

     Primi giorni d’estate, domenica mattina. Nel dormiveglia ti rigiri stancamente nelle lenzuola: inizia a fare caldo, ormai si dorme senza vestiti. Dalla finestra aperta entra la luce, dei raggi di sole si appoggiano sulla tua schiena e accendono la pelle nuda. Mi piace il tuo vestito di sole, mi piace il tuo vestito di sole.

  

     Forse non si era fatto tutto questo trip mentale Ben Kweller mentre cantava "I like your sundress", probablmente si trattava solo un vestito con dei soli disegnati. Però la mia fantasia e la mia pur sempre limitata conoscenza dell’inglese hanno costruito questa immagine nella mente la prima volta che ho ascoltato le note sonnolente di pianoforte dell’ìnizio di "Sundress", una delle mie canzoni preferite dell’eponimo disco di Ben. "I wanna start going on a morning walk. I don’t need a smile from a mannequine, I just wanna hold you in my hand". Bhè, converrete che un vestito fatto solo dai raggi di sole è quanto meno molto interessante!
 

     Ben Kweller è un ragazzotto americano con una zazzera d ricci in testa e molti strumenti fra le mani, che ha pubblicato qualche disco senza apparentemente sconvolgere alcun mercato musicale, e in modo più o meno casuale, attraverso un’associazione semantica che è andata da Tori amos –> Amos Lee –> Ben Lee –> Ben Folds è arrivata fino a Ben Kweller e, appunto, il vestito di sole. La canzone mi piaceva così tanto che mi son procurato tutto l’album.
     Il disco è presenta una manciata canzoni piene di chitarre arpeggiate e melodie orecchiabili, in cui la semplicità degli accordi e degli arrangiamenti è bilanciata con le piacevoli soluzioni di scrittura per cui praticamente ogni pezzo invita caldamente al singalong da finestrino abbassato e vento in faccia, cantando di amori, voglia di partire, evasioni e altre tematiche leggere che rendono un po’ più equilibrata la mia collezione di dischi, per i giorni d’estate in cui proprio non si può continuare ad ascoltare Radiohead e Sigur Ròs.
Curiosamente, il disco è suonato interamente dal musicista stesso: batteria, chitarra, basso, piano, nonchè voci e cori, son tutti usciti dalle poliedriche mani (e laringe) di Ben, che in passato ha collaborato con il già citato Ben Folds e il pur simpatico Ben Lee in un gruppo chiamato, imprevedibilmente, "The Bens" (producendo peraltro un deludente ep di cui non consiglierei l’ascolto se non a fini curiosistici).
 
     Resta il fatto che vorrei capire come mai un disco come questo, catchy e brillante senza essere di plastica, non faccia successo e giunga alle orecchie solo di pochi ascoltatori curiosi come me. Sfido ad ascoltare il disco senza restare appiccicati alle sue canzoni.
 

Highlights:
Sundress
Penny on a train track
Run
I gotta move
 

 

Finora nella "Musica del cuore" non ho mai parlato dei masterpiece della mia discoteca (no, non gestisco un locale), forse perchè dire che un disco ha 3 o 4 canzoni piacevoli è molto più semplice che spiegare perchè cinquanta minuti di musica mi han segnato le orecchie. Ma oggi non posso fare a meno di parlare di Tori Amos e di "From the choirgirl hotel".

     Di Tori ci sarebbe di parlare per molte pagine: cantautrice americana trapiantata in Gran Bretagna, è un’artista che ha sviluppato la sua carriera intorno al pianoforte. Enfant prodige, figlia di un pastore metodista e di una discendente cherockee, suona il pianoforte (e il clavicembalo, gli organi e le tastiere) come se fossero strumenti rock, portando il concetto di "cantautrice piano-based" quanto più lontano dal clichè della cantante di ballate romantiche da piano bar. Nella sua ventennale carriera ha spaziato diversi generi e sperimentato diversi registri di composizione, tematiche ed interpretazione (ma non è sicuramente questo il luogo per approfondire tutto ciò), fino alle più recenti cadute di stile e gusto con degli album che paiono soddisfare solo lei e il marito-produttore Mark Hawley.
 

 
     Nel pieno della sua fase d’oro, nel 1998 Tori dà alle stampe "From the choirgirl hotel", uno dei suoi dischi migliori e più amati da fan e critica. Mi è davvero difficile dire cosa ci sia in questo cd che lo renda perfetto. Un pianoforte che si sposa con una band al completo riuscendo a rimanere l’attore principale, Tori denudata che canta i suoi drammi ("Playboy mommy", "Spark", il cui videoclip è uno dei più belli di sempre), una voce impeccabile che smuoverebbe le pietre ("Northern Lad", "Black Dove"), una rabbia lucida e inquietante ("Cruel"), il booklet con l’oscuro set fotografico di Katerina Jebb, realizzato facendo sdraiare Tori su una fotocopiatrice, i testi, il missaggio, di nuovo la voce e il pianoforte, e ovviamente le canzoni, tutte considerate fra le migliori dell’intera produzione Amosiana, ora più dirette ora più ostiche all’ascolto ("Pandora’s aquarium", "Liquid Diamonds"), ricche di riferimenti ad avvenimenti ora personali ora pubblici, ora minacciosi ora sessuali, sempre lontani da clichè e dalle abusate tematiche erotiche della musica pop (anche "Northern Lad", l’unica canzone "d’amore" del disco, regala nel testo sprazzi di genialità, come nella line "girls you’ve got to know when it’s time to turn the page/ when you’re only wet because of the rain", giusto per dirne una…)
E’ un disco che ho da molti anni ma che non smetto di riascoltare regolarmente ogni volta che qualche avvenimento, pensiero o situazione mi riporta alle atmosfere dell’albergo delle coriste. Sì, un albergo. No, non è una casualità.
 

Cruel
So don’t give me respect
Don’t give me a piece of your preciousness
flaunt all she’s got in our old neighbourhood
I’m sure she’ll make a few friends
Even the rain bows down
Let us pray as you cock-cock-cock your mane
No cigarettes only peeled Havanas for you
 
I can be cruel I don’t know why
Why can’t my ba.ll.oo.n stay up in a perfectly windy sky
I can be cruel I don’t know why
I don’t know why
 
Dance with the Sufis
Celebrate your top ten in the charts of pain
Lover brother bogenvilla
My vine twists around your need
Even the rain is sharp
Like today as you sh-sh-shock me sane
No cigarettes only peeled havanas for you
 
I can be cruel I don’t know why
Why can’t my ba.ll.oo.n stay up in a perfectly windy sky
I can be cruel I don’t know why
I don’t know why
 
 

     Immagino un cantante, in Italia, che voglia sfondare e che si chiami Ucio Battisti. Oppure Antonello Enditti, o Ino Paoli. Non dev’essere facile, far capire al pubblico che non si tratta di un errore di scrittura, ma è proprio il tuo nome che richiama quello di un altro cantante più noto. Per cui mi immagino che all’inizio Ryan Adams abbia avuto il suo da farsi per far capire che non si trattava del suo più celebre collega con la "B" davanti, ma di un altro cantante, con stile e direzioni proprie. Fortunatamente il pubblico dei due musicisti non è molto sovrapponibile, e ben presto chi parlava di Ryan non sapeva chi forse Bryan e viceversa, anche se mi diverto a pensare qualcuno che alla fine di un concerto di Ryan Adams urlasse a gran voce un bis di "Summer of 69" o "Everything I do"…

    

 

     Ryan Adams è un musicista newyorkese soft-rock particolarmente prolifico, con un estremo gusto per le canzoni guitar-based che spazia dal folk al rock e al blues, senza disegnare le ballate intime e  scarne. Disco dopo disco si è costruito una solida fetta di ammiratori e di critica sia in patria che nel resto del mondo, anche se la sua sterminata produzione musicale non ne facilità forse l’approccio ( è arrivato a pubblicare anche tre dischi in un solo anno!). 

   

   

Così anche nell’ultimo "Cardinology"(che non è "cardiology"!) Ryan suona con la band dei "The Cardinals" una raccolta di canzoni folk e ballads semplici e perfette. Senza mai eccedere negli arrangiamenti, affidati ai classici chitarra-basso-batteria, e con un cantato all’apparenza liscio e umile, quello che viene posto in evidenza sono solo le canzoni. Rispetto ad altri suoi lavori qua predominano le ballate e mancano forse dei pezzi più tirati, arrivando al massimo a delle schitarrate un po’ piacione in "Magick", ma ascoltando pezzi come "Fix It", "Go Easy", "Cobwebs" o la conclusiva "Stop" non se ne sente troppo la mancanza. Ravissimo!

  

  

 

"Indie" è una delle parole più odiose di questi tempi. All’inizio derivava da "Indipendent", e delineava quegli artisti che non essendo supportati da major multinazionali bensì da piccole etichette erano fuori dal circuito maggiore dello showbiz, riuscendo così a mantenere un rapporto più sincero e diretto con la musica (almeno in qualche caso), non ricercando necessariamente l’attenzione del discutibile Grande Pubblico. Ma col tempo "indie" è diventato una sorta di "fashion alternative" ben inserito nel mainstream e tutt’altro che "indipendente" da qualsivoglia meccanismo di mercato. E così, mi sentirei un po’ in imbarazzo nel dire che il disco di questa settimana è (davvero) "indie".  

Patrick Wolf è un irrequieto cantautore d’oltremanica all’incirca mio coetaneo, che fin dalla prima adolescenza si è guadagnato da vivere suonando per locali e per strada con vari gruppi, prima col violino e poi con elementi elettronici. "The Bachelor" è il suo ultimo album, pubblicato nel 2009, ed è concepito come la prima metà di una coppia di dischi, il cui successore "The conqueror" verrà pubblicato nei prossimi mesi.
In questo disco sono presenti tutti gli elementi che caratterizzano la sua musica di: gli archi, usati spesso per le linee melodiche principali e non come mero sottofondo ("Hard Times", "Damaris"), l’elettronica ("Vultures", "The Battle"), affidata a degli esperti del settore come Alec Empire e Matthew Herbert (storici collaboratori, fra l’altro, di Bjork), e la musica folk, unita al gusto per i cori maestosi ed epici ("Who will?", "The sun is often out").
Il pregio di tutto ciò è di riuscire a unire tutti questi elementi apparentemente discordanti in un’insieme di canzoni omogeneo e godibilissimo, merito soprattutto dell’abilità di scrittura di Wolf che riesce a creare melodie ampie e pulsanti, e grazie all’equilibrio tra gli arrangiamenti ora ariosi, ora pulsanti, già ad un primo ascolto riesce ad essere intenso e maestoso, nonostante le costruzioni melodiche e le strutture delle canzoni siano talvolta lontane dalla tipica struttura pop. Se avessi detto "indie", probabilmente, avreste pensato a tutt’altro.
 
 

 

     A volte, ci son dei periodi in cui passo tutta la giornata a spremere le meningi. A volte, per poter rendere il più possibile, devo concentrarmi al massimo e non ascolto neppure la musica mentre studio (sacrilegio!).  E a volte, quando poi finisco la giornata e accendo lo stereo o l’iPod voglio solo sentire qualcosa di scanzonato e leggero con qualche riffettino facile facile che mi dia un po’ di piacere immediato senza fatica.

    
     Un annetto fa in questo periodo trovavo conforto in Phantom Punch, disco del cantautore norvegese Sondre Lerche. Scoperto per caso grazie alle solite recensioni per NERD musicali come me, l’album è una insalata di canzoni pop-rock che s’inserirebbe bene nella scena rock-cazzona UK, se non fosse che il buon Sondre è norvegese e quindi non vende milionate di dischi come i suoi colleghi inglesotti. Le canzoni, sebbene probabilmente non entreranno nella Storia Della Musica Che Ha Sconvolto La Storia Della Musica Stessa, hanno però un buon groove leggero e irresistibile per buona parte del disco, e così senza troppe pretese anche quest’anno questo cd si è inserito prepotentemente nella mia autoradio per farmi canticchiare qualcosa di primaverile e rockeggiante mentre ripeto i quiz a memoria.
 
Highlights:
– well, well, well
– say it all
– phantom punch
 
     E’ il 1998. In TV e in radio non passano 15 minuti senza sentire una canzone delle Spice Girls. Nelle orecchie di tutti ci sono gli Oasis e Blur che si innalzano, senza che nessuno glielo chieda, a voler essere i nuovi Beatles e Rolling Stones (!). In mezzo a tutto questo, esce “This is my truth tell me yours” dei Manic Street Preachers.
 

    

     I Manic sono in realtà un gruppo britannico attivo già da anni e che sopravviverà alle altre band britanniche di cui sopra, con ottimi dischi alle spalle e in futuro, ma che rimarrà sempre fuori dai riflettori del mainstream tranne che con questo “This is…” che per un po’ li catapulta fuori dal circolo strettamente indie del periodo (anche se credo non si usasse già questo termine nel ’98…) grazie ad una serie di singoli azzeccati, un sound rock ma abbastanza pulito e non troppo distante dagli episodi "britpop" che andavano per la maggiore all’epoca. Grazie a questo disco, duque, le loro canzoni vengono molto programmate anche sulle nostrane TMC 2, Videomusic e sulla giovane MTV Italia, ottenendo un ottimo successo e dando al gruppo la giusta visibilità. E per quanto mi riguarda, dopo dodici anni non smetto di ascoltarlo e di ritrovare pezzi eccezionali. Se mai dovessi fare una classifica, sarebbe sicuramente uno dei Miei Dischi Preferiti.
     Il cd suona come rock leggero, cozzando amabilmente con i testi fortemente politicizzati e crudi: Tsunami, per esempio, parla della rabbia di un uomo per lo stupro della sorella, Born a girl racconta i disorientamenti sessuali di una marchetta,  If you tolerate this si ispira alla guerra civile spagnola, SYMM parla di omicidi di massa, ma You’re tender and you’re tired è una delle più dolci canzone d’amore che conosca. E visto che questa rubrica è pur sempre nominata “La musica del cuore”, non posso che chiosare con le parole di questa canzone.
 
Highlights:
Tsunami
If You Tolerate This Your Children Will Be Next
You Stole The Sun From My Heart,
The Everlasting.
 
Curiosità:
Dopo lo tsunami che ha colpito il sud-est asiatico qualche anno fa, il brano “Tsunami” ha rivissuto una certa popolarità grazie al ritornello che recita “Lo tsunami è arrivato e mi ha travolto. Chiaramente il testo parlava di tutt’altro, e lo tsunami era solo metaforico, ma vabbè di fronte alle catastrofi mondiali si diventa tutti un po’ approssimativi.
 

You’re so fragile tonight
Been up hurting all night
It’s not trivial like they think
Yes you’re desperate and you’re hurt
 
Thought about it so many times
Too afraid to open your eyes
To see the sadness that’s inside
Just sit back in and stop time
 
You’re tender and you’re tired
You can’t be bothered to decide
Whether you live or die
Or just forget about your life
 
But it’s too late to be real
No time to be strong enough
Just time to leave it all behind
Memory has become pain
 
Rebuild the void with flowers
Sad eyed destruction build around sand and sea
Yes you can build your yourself around
Build yourself around me
, yourself around me
 
You’re tender and you’re tired
You can’t be bothered to decide
Whether you live or die
Or just forget about your life
 
You’re tender and you’re tired
You can’t be bothered to decide
Whether you live or die
Or just forget about your life
Drift away and die
Never say goodbye
Drift away and die
Never say goodbye
 
     Ci sono volte in cui ascolti un disco e ti folgora fin dall’inizio. Ci sono volte, invece, in cui devi inciampare in quel disco più e più volte prima di accorgerti di quanto sia grande, e ti chiedi dove avevi gli occhi (le orecchie) per essere riuscito a non vederlo (sentirlo) fino ad allora.
     Sono incappato per la prima volta in “The seldom seen kid” un paio d’anni fa dopo averne letto una recensione su un blog di fiducia. Tornai ad imbattermi nello stesso quando ne lessi qualche lyrics qua e là sul web, incuriosito da qualche frase che ero riuscito a cogliere dall’ascolto. Infine ci rinciampai l’ultima volta quando partii per la Finlandia con solo pochi dischi sull’iPod, e stancandomi presto degli altri, già ascoltati a  sufficienza prima di partire, mi tuffai in questo splendido, raffinato prodotto di cantautorato d’oltremanica.
     Gli Elbow sono una band britannica non propriamente famosa, ma ciò nonostante “The seldom seen kid” è stata uno dei dischi più venduti dell’anno scorso in UK. Non che le classifiche possano rispecchiare in qualche modo i miei gusti o i miei parametri, ma se un disco non commerciale in senso stretto di un gruppo non famoso vende una vagonata di copie dovrà necessariamente significare  qualcosa.
 

     Il disco ha uno dei suoi punti forti nelle liriche, motivo forse per cui all’inizio mi sfuggì, e uno dei ragioni che me lo rende particolarmente caro è l’affrontare, tra gli altri, il concetto dell’amicizia (“Il ragazzo visto poco" è appunto il soprannome dato all’amico di cui si parla nel disco). Non riesco infatti mai a capacitarmi di come la musica leggera non sembri mai voler parlare di questo tema, preferendo nella quasi totalità dei casi declinarsi nel più prevedibile e seguìto tema dei rapporti d’amore, quasi che nelle nostre vite i sentimenti amicali siano quasi inesistenti e del tutto sovrastati da quelli erotici. L’altro tema inaspettatamente affrontato da queste canzoni è quello della perdita e della morte… (ok, sono proprio una personcina leggera a volte…), argomento tabù in tutta la musica contemporanea ancor più del precedente (posso contare sulle dita di una mano i dischi che affrontano in qualche modo il materia). Ma come sempre, non è cosa ma è come, e se il ritornello di una canzone dice “c’è un buco nel mio vicinato in cui ultimamente non posso fare a meno di cadere” riferendosi al vuoto lasciata dalla perdita, infilato nella canzone più ritmata del disco “Ground for divorce”, non posso non apprezzare.
      Ma ovviamente, nessun testo potrebbe piacermi se non supportato da un lato melodico all’altezza, ed è qua che gli Elbow mi hanno lentamente conquistato con un sound elaborato e arrangiamenti che evitano sempre le soluzioni più scontate: l’inizio esplosivo con “Starling”, fluttuazioni ora più d’atmosfera (Weather to fly) ora ipnotiche (Audience with the pope), fino allo  struggente finale con “One day like this” e “Friend of ours”. E sempre con un cantato minimale che neppure Peter Gabriel nella sua recente reinterpretazione di “Mirrorball” nel suo album di cover “Scratch my back” è riuscito a superare.
Highlights:

Mirrorball
One Day Like This
Weather to fly
 
Curiosità::
è da poco uscita la versione live di questo disco, registrata con la BBC Orchestra all’Abbey Road Studios.  E il disco (l’originale, non il live) è in vendita a 4,59 € su www.play.com senza spese di spedizione!
 
 
I plump the kind of kiss
that wouldn’t wake a baby
on the self-same face
that wouldn’t let me sleep;
and the street is singing with my feet,
and the dawn gives me a shadow I know to be taller.
All down to you, dear.
Everything has changed.
 
My sorriness
has made it to graffiti.
I was looking for
someone to complete me.
 
Not anymore, dear;
everything has changed.
When we make the moon our mirror ball
the street’s an empty stage;

the city sirens – violins.
Everything has changed.
So lift off love.
(down to you, dear)
 
We took the town to town last night.
We kissed like we invented it!
And now I know what every step is for:
to lead me to your door.
 
Know that while you sleep,
everything has changed.
We made the moon our mirror ball.
The street’s an empty stage;
the city sirens – violins.
Everything has changed.
Down to you, dear
So lift off love
 
Il disco di questa settimana è molto più mainstream del precedente, ma è talmente bello da aver vinto il premio "Rivelazione dell’anno" nei prestigiosi Fabrizio Music Awards 2009.
 
 

 

Paolo Nutini nasce come cantante belloccio per teenegers con l’ormone in fiamme, e pubblica un disco d’esordio di pop dignitoso "These street" qualche anno fa, ottenendo ottimo riscontro sia in patria (UK) che altrove. Fin qui, nulla che possa destare il mio interesse (anche se devo ammettere che "New shoes" e "Jenny don’t be hasty" me lo fecero tener d’occhio già da allora).
Finito il processo di promozione del disco d’esordio, il buon Paolo prende chitarra e pianoforte e inizia a scrivere e prodursi il secondo album, "Sunny side up", e con voce invecchiata e sorniona stupisce tutti. Il disco infatti è un ottimo allestimento di canzoni folk(-pop), blues(-pop), funky(-pop) e pure reggae(-pop), e regala una manciata di fresche canzoni guitar-based che rivelano una capacità compositiva ed un equilibrio insospettabili per la giovanissima età – e soprattutto, per essere un ex-promessa pop per giovani adolescenti infuocate. 
 

highlits:
-candy (premio "Video Sciallo" dell’anno ai Fabrizio Music Awards 2009) 
coming up easy  (premio "Canzone Da Suonare Con La Chitarra E Basta" dell’anno ai Fabrizio Music Awards 2009)
-10/10 (premio "Canzone Da Suonare All’Autoradio Con I Finestrini Abbassati Il Giorno Della Propria Laurea" dell’anno ai Fabrizio Music Awards 2009)
 
curiosità: il disco ha debuttato in prima posizione nella UK album charts, per poi scendere lentamente, e ora, dopo 8-9 mesi, è tornato in vetta. Interpretazione: le ragazzine hot di cui sopra si sono fiondate a comprare il disco appena uscito. Dopodichè, i fratelli, morosi, amici, ecc delle suddette hanno ascoltato il disco, e hanno iniziato ad apprezzarlo, e consiglia te che consiglio io, il disco è stato scoperto anche da chi prima snobbava il pop idol. Confortante come talvolta qualità e vendite vadano nella stessa direzione!
 
P.S. Annunciato per il prossimo anno riduzione delle categorie nei Fabrizio Music Awards
E’ sempre stato il mio sogno avere una mia rubrica settimanale dove poter snocciolare consigli e saccenza non richiesta, tipo "La posta del cuore" o similia, ma purtroppo gli eventi han fatto sì che diventassi più esperto di musica che di sentimenti, e la cosa non ha potuto avverarsi… Fortunatamente però ora ho finalmente l’occasione giusta per sanare questo mio mai sopito desiderio: degli amici, infatti, notando la mia sterminata ed encomiabile conoscenza in campo di uscite discografiche, mi han chiesto di dare loro dei "consigli per l’ascolto", per cui ho colto l’occasione e da oggi partirà la mia rubrica periodica dall’accattivante titolo "LA MUSICA DEL CUORE".
Come da idea di Umbe, ogni settimana (o giù di lì) proporrò un album che ritengo particolarmente ben riuscito, introducendolo brevemente… Bhè poi uno è libero di ascoltarlo, comprarlo, scaricarlo, regalarlo… io non mi prendo responsabilità, solo meriti!

Inizio con un disco bomba: "Songs the silverman" di Ben Folds. Ben è un pianista americano, attivo dall’inizio anni ’90, ed ha pubblicato numerosi cd sia come solista sia con il suo ex-gruppo "the Ben Folds Five" (un tipo per nulla egocentrico, direi…). Noto anche per essere stato parte integrante delle compilation del recente viaggio "8 nations in 3 days", Ben è un pianista estroso e smentisce il preconcetto secondo cui da un cantautore pianista ci si debba attendere solo ballads e canzoni lente e riflessive: sebbene non manchino i brani più tranquilli, come "Time" (dalla profonda line "in time i will fade away, in time i won’t care what you say, but time takes time"), in generale i brani sono uptempo e scanzonati, facendo guadagnare all’album l’etichetta di "alternative rock". Il cantato è anche abbastanza decifrabile, adatto dunque a chi usa le canzoni per rinverdire il proprio inglese.
Il titolo del cd (uscito nel 2005) deriva dal nome di un amico di Ben, tale "Goldman", a cui Ben faceva ascoltare le sue composizioni durante la stesura del disco. Io ho il disco da un paio di anni o forse più, e nonostante abbia anche altri cd di Ben, questo è senz’altro il mio preferito: lui e la sua band sono musicisti con i contromaroni, ma riescono a non farlo pesare dando sempre la precedenza alla melodia e alla godibilità dell’ascolto.
Highlits
Landed
Time
Curiosità: recentemente Ben ha pubblicato un disco ("Ben lee presents: University Acappella") in cui i migliori cori vocali universitari americani hanno reinterpretato le sue canzoni senza l’ausilio di strumenti, sotto la sua stessa direzione, o talvolta cantando con lui. Altro che Glee!
 

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