This very moment

18 agosto 2013

Che se dovessi morire adesso, non avrei paura.
Uno gira il mondo, rincorre sogni, costruisce castelli, ed è tutto lodevole, tutto serve.
Ma senza aspettarselo, senza pretese, arriva un momento di felicità. Basta niente: un desiderio, una corsa in auto col sole tra i capelli, con le stelle negli occhi e una canzone nei capelli. Basta un’idea, un pomeriggio sull’erba e una notte senza fretta, senza fretta, a cullare una fantasia, un bacio, le dita tra i capelli.

Il brutto tempo è brutto per definizione, ma in Islanda quando fa brutto, è brutto forte.
Ci siamo svegliati con una spessa nebbia e la temperatura più bassa di un paio di gradi, ma zaini in spalla ci siamo incamminati verso la fermata le cascate di Dettifoss , accompagnati dalla coppia di tedeschi gentili nonostante un fare vagamente genitoriale di cui ho già detto.
Una volta scesi dall’auto, però, la nebbia fittissima si è mischiata ad una pioggia sottile e tagliente, lanciata a gran velocità sui nostri volti preoccupati da un vento non propriamente estivo. Il freddo si è fatto più intenso e comincia a farsi evidente l’inadeguatezza dei vestiti che ho portato con me.
Pochi secondi per infilarsi i pantaloni impermeabili e il poncho stile batman, e sempre con i pesantissimi zaini in spalla ci avviamo alle cascate, sperando che un bus magnanimo passi più tardi a recuperarci.
Cerchiamo le cascate che dicono essere grandiose, lasciandoci guidare dallo scroscio dell’acqua che, ci dice il ranger, per oggi è tutto quello che potremo avere da questo posto, e dopo circa un km (ma le mie spalle giurerebbero essere molti di più) arriviamo sul ciglio del burrone. Si vede poco, ma la portata del getto d’acqua è incredibile. Rimbalzando sulle rocce durante la caduta, l’acqua torna in alto formando colonne di schiuma e nubi di pulviscolo che ci colpiscono in pieno viso dal basso, dall’alto, e in qualsiasi direzione ci voltiamo. Mi pareva di averlo già detto, che l’Islanda non è un posto ospitale.

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Torniamo al parcheggio, bagnati ma in fondo contenti nella nostra masochista ricerca di inutili difficoltà. E in testa, un solo pensiero: chissà come dev’essere
bella questa cascata d’estate.

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Autostop. Lasciando la mente libera di vagare per associazioni casuali, le cose che mi vengono in mente sono, nell’ordine:
1) ragazza sgozzata da un serial killer che sceglie le sue vittime sul marciapiede
2) tossicodipendente che, avendo investito tutti i suoi soldi in stupefacenti, non può permettersi neppure il biglietto del bus
3) gioca-jouex.
Ma fortunatamente in inglese si dice “hitch hiking” per cui tutte questi concetti non raggiungono la superficie della mia coscienza.
In Islanda la pratica dell’autostop (pappa-pararà-pappa-pararà salutare! Clacson!) è molto diffusa e praticata comunemente sia dai locals che dai turisti, tanto da essere consigliata come “mezzo di trasporto” sulla guida, e molti viaggiatori affermano di aver girato l’intera isola utilizzando semplicemente il proprio pollice.
Tuttavia, un po’ per i tempi serrati del nostro itinerario, un po’ per le truci immagini di cui sopra, non avevamo in programma di spostarci in autostop (pappa-pararà-pappa-pararà Nuotare!).
Ma quando abbiamo chiesto a tutti i novemila campeggiatori del camping di Skaftafell se qualcuno fosse disposto a darci un passaggio al paese vicino, ci siamo accorti che da lì all’autostop (pappa-pararà-pappa-pararà più veloce!) il passo era ormai breve.
L’indomani, dunque, pieni di entusiasmo ci siamo portati al bordo della strada col pollice in su. Passano dieci minuti. Venti. Quaranta. Un’ora. L’entusiasmo ormai sparito da tempo, iniziamo a vagare con i pesantissimi zaini sulle spalle di qua e di là della strada, importunando ogni turista che si fermasse nel parcheggio lì vicino. Stiamo per desistere quando una coppia di donne italiane, vedendo Massimo da solo e ormai disperato, accosta per raccoglierlo, e così vincono anche me.
Accatastati sul retro dell’auto ci lanciamo subito in un’allegra chiacchierata, in pochi secondi parliamo di noi, dell’Islanda, dei viaggi fatti e di quelli che vorremmo fare, e prima di giungere a destinazione mapo ha già posto le basi per il fidanzamento con la figlia dell’autista, una pimpante professoressa di Italiano.
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Vista l’ottima esperienza, anche in serata proviamo la via dell’autostop (pappa-pararà-pappa-pararà girare!), ma questa volta con delle tinte molto più drammatiche: mentre stiamo in attesa della gentil vettura, infatti, veniamo attaccati da alcuni uccelli dal becco aguzzo, che starnazzano a gran voce sulla nostra testa in perfetto stile hitckockiano. Forse mossi a pietà, una giovane coppia di stranieri accosta e ci accompagna alla nostra destinazione successiva, la graziosa Hofn.
Col passare dei giorni le esitazioni e i soldi per il bus diminuiscono di pari passo, lasciando alzare il pollice con disinvoltura sempre maggiore. Una coppia di fieri islandesi, un gruppo di “Viaggi e avventure nel mondo” italiani, una famiglia del New Hampshire, un gruppo di anziani svizzeri che ci hanno riempito di cioccolato svizzero, due tedeschi di mezza età con un fare vagamente genitoriale e non poche perplessità nel lasciarci sotto la pioggia a Dettifoss, una coppia di Barcellona  a cui abbiamo fatto sbagliare strada prolungando il tragitto di una decina di km, un ragazzino islandese che ci ha accolto nella sua auto tra bottiglie di birra vuote, parrucche da pagliaccio e costumi da bagno, ed infine una fantastica famiglia di austriaci con tre bambini dai capelli biondissimo, biondissimissimo e biondissimissimissimo, che dopo averci accompagnato ai bagni geotermali di Myvatn sono pure venuti a cercarci per offrirci il passaggio al ritorno.
A ripensarci, vien quasi da avere fiducia nell’umanità.