The Icelandic Tale #4 – copriocchi

23 luglio 2013

Appena messo piede sull’aereo capisco di aver preso il volo giusto. Non per le hostess bionde, non per la famiglia islandese dalle bizzarre abitudini vestiarie di cui sopra, non per i cuscini con sopra scritta una ninna nanna in parole da diciotto sillabe, ma perché dalle casse della musica in filodiffusione passano in successione alcuni brani delle amiina, di olafur arnalds, dei mum e di altri musicisti islandesi che ascolto da ormai parecchio tempo e che normalmente sono piuttosto sconosciuti. E tutto questo senza che nessuno abbia ancora chiesto “che roba è questa?” reclamando il jay-z di turno.
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Mentre il volo prosegue la temperatura si fa via via più fredda, mentre il sole che era già tramontato torna a fare capolino sulle nuvole, come un tramonto all’incontrario.
Il sole all’inverso e il fuso orario iniziano a confondermi, e quando arriviamo al l’ostello sono ormai quasi le quattro, o le due, o entrambi, ma il cielo resta luminoso. Mi infilo sotto il piumone rassegnato a non dormire a causa della luce che continua ad aumentare d’intensità, quando mi ricordo di un paio di paraocchi neri che mi son portato appresso, un po’ per scherzare. Li indosso e mi risveglio a mezzogiorno, in Islanda.

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