Montare una tenda ai piedi di un ghiacciaio, con l’aria gelida in aumento minuto dopo minuto :fatto.

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Ogni viaggio che si rispetti deve avere un’adeguata playlist sull’iPod, recita un antichissimo proverbio islandese. E, visto che come al solito non sono bravo a prenotare gli aerei, a trovare gli ostelli o a pianificare i percorsi da seguire, anche questa volta a me è stata affidata la compilazione della colonna sonora.
In realtà ho iniziato a raccogliere le canzoni per questo viaggio da quando ho cominciato ad immaginarlo: in quarta liceo un’amica mi passò il cd di un gruppo sconosciuto a me e al mondo, di cui aveva solo il titolo di una canzone,  peraltro sbagliato, e un ritaglio di giornale che raffigurava quattro ragazzi immersi fino al naso in una piscina di acqua biancastra circondati da erba verde sotto un cielo nebbioso. Wikipedia non esisteva (!), o comunque non arrivava in camera mia, quindi senza sapere altro misi sul lettore il cd dei Sigur Rós e chiusi gli occhi. Qualsiasi cosa avessi ascoltato prima non aveva niente a che vedere con questo: tempi dilatati, suoni all’incontrario, voci di un ottava sbagliata e un’intensità emotiva disarmante. Ricordo ancora, a più di dieci anni di distanza, il primo ascolto di quel disco dal bene augurante titolo “Un buon inizio” (che chiaramente in islandese non si dice così, ma tant’è, una settimana qua non ha ancora migliorato la mia padronanza della lingua).
Non so bene cosa, ma qualcosa stava iniziando. Da allora ne è passata di acqua di sopra i geyser, il lettore cd ha macinato diversi miliardi di chilometri, ho passato un bel po’ di ore fingendo di studiare davanti a libri che non guardavo per chiudere un attimo gli occhi e immaginare spiagge vulcaniche, colate di lava a picco sul mare, ghiacciai immensi , cascate e distese di neve.
Mentre scrivo sul bus per il lago Myvatn con gli auricolari nelle orecchie non c’è bisogno di chiudere gli occhi.

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“Dai Fabri alzati, guarda che giornata splendida!”.
Apro lentamente gli occhi, e vedo tutto nero.
Poi mi ricordo di avere indosso il paraocchi, compagno fedele delle mie notti assolate, e dopo averlo levato esco lentamente dalla tenda: davanti a me un prato più verde della cover fosforescente del mio cellulare, in alto il cielo terso e alla mia sinistra le cime del ghiacciaio più grande del mondo, se si escludono i poli (ma i poli sono poi davvero dei ghiacciai? Ah se solo avessi Yahoo Answers!). Oggi ci aspetta un impegnativo trekking di 25 km sul monte accanto al ghiacciaio più grande del mondo se si escludono i poli (di cui no, non ricordo l’impossibile nome), e mentre sul verdissimissimo prato aitanti giovani in strabiliante forma fisica fanno sfoggio dei loro corpi perfetti alternando stretching estremo a posizioni di yoga, io e massimo ci aggiriamo per il camping alla ricerca di un salvifico caffè prima del percorso.
La salita è dura ma la vista ripaga degli sforzi: un ghiacciaio enorme che scivola fino a terra fino a raggiungere, pochi km più in là, il mare; qualche piccolo bosco di betulle, improvvisi strapiombi sui quali non riesco a non sedermi a gambe penzoloni. Dai ghiacci in scioglimento rigagnoli che si fanno via via più carichi fino a formare, nelle numerose faglie del terreno vulcanico, cascate mozzafiato. Difficile credere che dio non fosse quantomeno un po’ confuso, distratto, magari impegnato in qualcosa di più importante, quando ha assemblato questo pezzo di terra dove a pochi chilometri di distanza si trovano ghiacciai (tra cui il ghiacciaio più grande del mondo se si escludono i poli), oceani, picchi sassosi (e caldissimi! Chi aveva detto che in Islanda fa freddo?), una brughiera non troppo distante dalla macchia mediterranea e muschi a profusione. E sole, sole, sole, sole e ancora sole.
Ma ora ho sonno, i’ll put on my paraocchi e mi addormento sul prato più verde d’ Islanda.

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“Mi scusi, noi dovremmo andare a landsma.. Landsmamg… Laudrsmga..”
(Islandese spazientito): “Landmannalaugar “Questa scena si è ripetuta almeno quindici volte, senza contare tutti gli altri luoghi che abbiam dovuto man mano (tentare di) nominare. In un modo o nell’altro siamo riusciti a raggiungere la prima destinazione post-Reykjavik (o come cazzo si scrive), una splendida vallata in gran parte ricoperta da una colata di lava (o, per stuprare anche l’italiano, una lavata) dominata da imponenti vedute, sassi ricoperti di muschi fosforescenti e sorgenti naturali di acqua bollente sulfurea.

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In mezzo a questi, si trova una piscina neutrale formata dall’unione dell’acqua gelida dallo scioglimento dei ghiacci ancora visibili e l’assurdamente calde sorgenti geotermali che sorgono dal centro della terra o giù di li gettando addosso a chiunque si avventuri a toccare con mano questi zampilli dell’acqua bollente. Crogiolarsi in queste piscine calde (a seconda delle correnti e della posizione del proprio vicino si può sperimentare la temperatura “tiepida” oppure quella “butta la pasta” fino alla più frizzante “vulcanica” per chi è proprio temerario e vuole spingerei fino alla sorgente geotermale) è veramente fantastico, e quando il sole scend… Ehm no, intendevo dire quando passan le ore e la temperatura esterna si abbassa, dall’acqua si levano fumi via via più intensi verso l’origine delle fonti sulfuree, creando un’atmosfera davvero magica (ricordo agli amici italiani che qua fa freddo). Ma siamo immersi da un ora, le dita si son fatte raggrinzite come la fronte di un elfo islandese, giusto il tempo di fare una foto ricordo/testimonianza e ci alziamo per la nostra Simmenthal quotidiana! I piaceri non finiscono mai..

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The Icelandic Tale #9

28 luglio 2013

“Mi scusi, noi dovremmo andare a landsma.. Landsmamg… Laudrsmga..”
(Islandese spazientito): “Landmannalaugar “Questa scena si è ripetuta almeno quindici volte, senza contare tutti gli altri luoghi che abbiam dovuto man mano (tentare di) nominare. In un modo o nell’altro siamo riusciti a raggiungere la prima destinazione post-Reykjavik (o come cazzo si scrive), una splendida vallata in gran parte ricoperta da una colata di lava (o, per stuprare anche l’italiano, una lavata) dominata da imponenti vedute, sassi ricoperti di muschi fosforescenti e sorgenti naturali di acqua bollente sulfurea.

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In mezzo a questi, si trova una piscina neutrale formata dall’unione dell’acqua gelida dallo scioglimento dei ghiacci ancora visibili e l’assurdamente calde sorgenti geotermali che sorgono dal centro della terra o giù di li gettando addosso a chiunque si avventuri a toccare con mano questi zampilli dell’acqua bollente. Crogiolarsi in queste piscine calde (a seconda delle correnti e della posizione del proprio vicino si può sperimentare la temperatura “tiepida” oppure quella “butta la pasta” fino alla più frizzante “vulcanica” per chi è proprio temerario e vuole spingerei fino alla sorgente geotermale) è veramente fantastico, e quando il sole scend… Ehm no, intendevo dire quando passan le ore e la temperatura esterna si abbassa, dall’acqua si levano fumi via via più intensi verso l’origine delle fonti sulfuree, creando un’atmosfera davvero magica (ricordo agli amici italiani che qua fa freddo). Ma siamo immersi da un ora, le dita si son fatte raggrinzite come la fronte di un elfo islandese, giusto il tempo di fare una foto ricordo/testimonianza e ci alziamo per la nostra Simmenthal quotidiana! I piaceri non finiscono mai..

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Reykjavik è un posto inospitale. A cominciare dal tempo, ovviamente:appena usciti di casa mi pento di aver ceduto alla lusinga dei jeans invece dei rischiosi pantaloncini, ma bastano pochi passi all’ombra per farmi infilare il maglione, ed al primo colpo di vento reclamo disperato la giacca a vento. Reykyavik è un posto inospitale, a giudicare dai prezzi, assurdamente elevati per qualsiasi cosa di cui cerchi di calcolare il cambio Corone – euro. Rejkyavik è un posto inospitale, perché il cambio corona – euro è impossibile da fare a mente . Reykyavik è un posto inospitale, perché il suo piatto tipico è un boccone di squalo putrefatto per sei mesi sotto terra dal sapore talmente rivoltante che l’unico modo di ingerirlo è di accompagbarlo ad un bicchiere di brennvin, tipico liquore al sapore di morte.

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Reikjavik è un posto inospitale, perché girando tutto il giorno approfittando del sole ancora alto non ci accorgiamo che sono già le dieci (le dieci !).

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Reykjavik è un posto inospitale perché l’ho scritto dieci volte, in dieci modi diversi, e senza mai riuscire a scriverlo giusto.

Reykjavik è un posto inospitale. A cominciare dal tempo, ovviamente:appena usciti di casa mi pento di aver ceduto alla lusinga dei jeans invece dei rischiosi pantaloncini, ma bastano pochi passi all’ombra per farmi infilare il maglione, ed al primo colpo di vento reclamo disperato la giacca a vento. Reykyavik è un posto inospitale, a giudicare dai prezzi, assurdamente elevati per qualsiasi cosa di cui cerchi di calcolare il cambio Corone – euro. Rejkyavik è un posto inospitale, perché il cambio corona – euro è impossibile da fare a mente . Reykyavik è un posto inospitale, perché il suo piatto tipico è un boccone di squalo putrefatto per sei mesi sotto terra dal sapore talmente rivoltante che l’unico modo di ingerirlo è di accompagbarlo ad un bicchiere di brennvin, tipico liquore al sapore di morte.

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Reikjavik è un posto inospitale, perché girando tutto il giorno approfittando del sole ancora alto non ci accorgiamo che sono già le dieci (le dieci !).

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Reykjavik è un posto inospitale perché l’ho scritto dieci volte, in dieci modi diversi, e senza mai riuscire a scriverlo giusto.

Appena messo piede sull’aereo capisco di aver preso il volo giusto. Non per le hostess bionde, non per la famiglia islandese dalle bizzarre abitudini vestiarie di cui sopra, non per i cuscini con sopra scritta una ninna nanna in parole da diciotto sillabe, ma perché dalle casse della musica in filodiffusione passano in successione alcuni brani delle amiina, di olafur arnalds, dei mum e di altri musicisti islandesi che ascolto da ormai parecchio tempo e che normalmente sono piuttosto sconosciuti. E tutto questo senza che nessuno abbia ancora chiesto “che roba è questa?” reclamando il jay-z di turno.
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Mentre il volo prosegue la temperatura si fa via via più fredda, mentre il sole che era già tramontato torna a fare capolino sulle nuvole, come un tramonto all’incontrario.
Il sole all’inverso e il fuso orario iniziano a confondermi, e quando arriviamo al l’ostello sono ormai quasi le quattro, o le due, o entrambi, ma il cielo resta luminoso. Mi infilo sotto il piumone rassegnato a non dormire a causa della luce che continua ad aumentare d’intensità, quando mi ricordo di un paio di paraocchi neri che mi son portato appresso, un po’ per scherzare. Li indosso e mi risveglio a mezzogiorno, in Islanda.

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Aeroporto, vago senso d’ansia. Due settimane passate a controllare le previsioni del tempo non sono bastate a farmi capire che genere di vestiti dovessi portarmi nello zaino che mi peserà sulle spalle per questi 12 giorni, ma, a giudicare dai vestiari sfiggiati dalla giovane famiglia di islandesi che aspetta l’aereo accanto a noi, qualsiasi scelta dev’essere stata sbagliata. Sandali, camicia, giacca a vento e fuseaux. Che razza di abbinamento sarebbe?
Tant’è, per familiarizzare con i climi freddi mi infilo il maglione di pile, “quello pesante” che alla prova dell’aria condizionata dell’aeroporto se ne esce con una scarsa sufficienza.
Ed è così che pian piano si materializza una certezza, solida come i ghiacciai che ci aspettano al di là del mare del nord: morirò di freddo.

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(continua, in modo discontinuo seppur alfine armonico, su selinunte.blogspot.com)

Ripartire

22 luglio 2013

Non c’è viaggiatore nato dopo il 1970 che non abbia visto almeno una volta “Into the wild”. E così, nelle ultime ora prima del volo che mi porterà finalmente in Islanda, risuona in testa Eddie Wedder, per l’occasione rinominato Eddie Weddersson, che canta un’ottava più in alto rispetto all’originale e snocciola parole endecasillabiche e frasi piene di strani accenti e vocali curiose.
Prima di partire prendo una folata di caldo, l’ultima per due settimane. Prima di partire do da bere alle piante, che saranno comunque morte al mio ritorno
Prima di partire non mi faccio la barba, per vedere se sarà folta e lunga al ritorno.
Prima di partire riapro il blog.

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