Flower power

12 luglio 2011

Può senza troppa difficoltà succedere, se si ha un esame importante verso la fine di giugno, che si passi tutta la primavera senza infilare molto spesso il naso – prima umido, poi frizzante e infine sudato – sul balcone di casa. E può dunque abbastanza facilmente succedere, se tale balcone è dotato di quattro grandi fioriere, che tutte le forme di vita in esse contenuta  non sopravvivano all’arsura a cui le abbiamo senza colpa loro costrette. E può infine succedere che, una volta fatto l’esame e tutto ciò che gli sta attorno, si voglia uscire a prendere una boccata di aria fresca (troppo tardi: ormai già afosa) sul piccolo balcone, e ci si trovi però inaspettatamente circondati non da un verde fogliame quanto da una sterpaglia di rami rinsecchiti che più non ricordano neppure vagamente gli oleandri, i rosmarini e i fiorellini che erano abituati ad essere, e la desolazione di questo deserto urbano tolga di bocca anche quel po’ di afosa aria  che resta.

Ed è allora successo, contando sull’apporto di flora e terriccio da parte di amici e parenti, che si abbia caritatevolmente posto fine alla sofferenza dei fu Fiori Da Balcone per rimpiazzarli con nuovi fiorellini e piantine e fogliame vario, non fosse altro per poter sopportare lo sguardo di disapprovazione dei dirimpettai che senza alcun pudore sfoggiano imperterriti balconi più lussureggianti di vivai, mentre il vicino di balcone saluta da dietro a quella che sembra una foresta pluviale trapiantata in città e dal piano di sopra piovono petali di rose e fiori sconosciuti ai più.

Ora, i miei precedenti approcci con il mondo floreale sono stati forse poco numerosi ma contraddistinti da impeccabili fallimenti: ricordo il bonsai messo a prendere un po’ di luce sul terrazzo a metà luglio e rinvenuto due giorni dopo senza neppure un millilitro di clorofilla, la pianta grassa affogata in un grazioso lago artificiale creato ad hoc nel suo vaso, piantine di non specificata natura a cui strappai una per una quasi tutte le foglie perché “stavano ingiallendo” prima di scoprire che le foglie di tale pianta in quella stagione cambiavano colore, e l’elenco potrebbe continuare (di poco), ma non per questo mi son lasciato scoraggiare  dal lanciarmi in una nuovo modo con cui occupare quella parte di vita che va comunemente sotto il nome di “tempo libero”.

E la cosa incredibile è che per ora, a più di un paio di settimane dal trapianto massivo di piante, nulla di drammatico è ancora successo, e al contrario sera dopo sera mi scopro ad innaffiare, sbrodolandomi i piedi e  tutto il balcone di conseguenza, le piantine che inizialmente sembravano non voler dare più che un flebile ultimo verde di  vita al mio poggiolo (ora guardato con invidia. Vabbè, ok: non è ancora vero, ma presto lo sarà!), sbirciando tra le foglie se si vede sgambettare un piccolo germoglio di Pianta Di Cui Non Ricordo Il Nome #1, misurando le millimetriche evoluzioni del bocciolo di Pianta Di Cui Non Ricordo Ho Mai Saputo Il Nome, bucandomi con le spine della Rosa Che Non C’é Mai Senza Spine, e sotto gli occhi sempre più preoccupati dei vicini mi esercito pure a fare qualche foto. “Il mio primo dentino”, cose così.

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