The National – “High Violet”

1 ottobre 2010

Io mi atteggio in modo particolare nei confronti della musica – o meglio, nei confronti dei dischi: ho un comportamento ben preciso e attivo di ricerca. Leggo recensioni, sento opinioni e ascolto suggerimenti, saltando da un album all’altro secondo un filo più o meno definito fra generi e stili che mi soddisfano. Infilo il cd nel lettore e seguo quello che mi piace, penso a quello che va e che non va, e dopo un po’ vado in cerca di un altro disco, seguendo quella direzione se il disco mi piaceva, o cambiando aria se non mi aveva soddisfatto. Ricerco musica come un entomologo ricerca gli insetti: non c’è un obiettivo, se non quello di avere per il piacere dei miei sensi quello che è bello secondo il mio gusto.

Ma.

Ma, ogni tanto, succede che il mio ascolto diventa totalmente passivo e il mio potere decisionale – la mia recherche – si annulla. Il mio pretenzioso cammino si blocca, con i piedi infangatii in una manciata di canzoni.

Come mi è successo nuovamente in  questi giorni (settimane): da metà agosto, infatti, non riesco a togliere le orecchie da uno stesso cd. Salgo in auto, come sempre ho parecchia musica fra cui scegliere, ma viaggio dopo viaggio riascolto sempre le stesse 11 canzoni, e come un ragazzo innamorato non posso fare a meno di tornare a godere della stessa cosa fino ed oltre alla nausea, al di là di quanto intellettualmente o fisicamente  il disco mi possa appagare.

Il disco in questione è “High Violet” dei The National, uno dei gruppi Indie più in voga al momento – quindi, tutto sommato, il mio istinto mi spinge ad essere anche trendy. La band, che ha la curiosa formazione di due coppie di fratelli più il cantante, è nel mio giro di cd solo da qualche mese, indie per cui (:D) non posso vantare una conoscenza approfondita della loro discografia.  Il loro stile è decisamente “basso”: basso il tono della voce del cantante, basso il grado di complessità delle armonizzazioni, basso il numero di strumenti usati per gli arrangiamenti. Forse, avrei potuto dire “elegante”: non c’è traccia di virtuosismi o esercizi di stile, gli arrangiamenti sono minimali ed essenziali, ma in qualche modo sembrano essere la soluzione migliore per dare vita a canzoni composte solitamente da una manciata di accordi e melodie che non spaziano per più di qualche tono e liriche spesso composte da frasi ripetute anche per l’intera canzone. Insomma, sulla carta un disco del genere mi avrebbe potuto al secondo ascolto, eppure è successo il contrario, e poco per volta le sottili linee melodiche si sono infiltrate nelle mie crepe e non se ne vogliono uscire.

Bloodbuzz Ohio, Runaway, England, Afraid of anyone, come non succedeva da un po’ sono canzoni di cui ho imparato a memoria testi e accordi (per cercare rovinosamente di riprodurle al piano o alla chitarra… rovinosamente, appunto!). Qualcosa di meno facile di un disco pop, qualcosa di più diretto di un disco alternative. Non posso fare a meno di consigliarlo.

Ah, e per chi cerca del buon live: il 16 Novembre sono all’Alcatraz, chi vuole accompagnarmi si appalesi!

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