We never change, do we?

8 luglio 2010

   

     Son passati ormai un po’ di anni da quando ascoltavo questa canzone. Era un brano morbido, melenso, un po’ come il sole delle sette di sera quando la spiaggia si è scrollata di dosso i turisti dalle spalle scottate con il loro sèguito di marmocchi urlanti. La cantava un gruppo di ragazzi di basso profilo che di lì a poco avrebbero abbandonato queste atmosfere oppiacee per addentare il Gran Successo, rendendo sempre meno appropriato il nome di "Suono freddo" che si erano scelti.
     Quello che mi piaceva, oltre al tono dimesso e settembrino, era proprio la tesi del testo, ben espresso dalle poche parole del ritornello: "We never change, do we?". Una gran verità, e per anni ho sposato quest’idea con entusiasmo: siamo quel che siamo, cambiano scarpe e pettinatura ma il nostro carattere si modula solo di poco. Chi è perfezionista, chi schivo, chi ansioso e chi accomodante. Ci mettiamo d’impegno, giriamo ambienti e amici ma la nostra essenza non cambia mai davvero. "We never learn, do we?". No, we don’t, rispondevo mentalmente ascoltando la canzone. Quante volte nella vita mi è capitato di ritrovarmi in situazioni già vissute in precedenza, di essere quello che nel gruppo finisce per interpretare il solito ruolo, di essere entusiasta o scettico in fondo sempre per gli stessi motivi. È vero, mi dicevo, non cambiano mai, ci moduliamo soltanto un po’.
 
     Ma i Coldplay hanno smesso di fare ballate fumose in favore di ballabili famose. E anche nella mia prevedibile vita l’avvento di eventi imprevisti mi ha in qualche modo obbligato a fermarmi e a fare le cose in modo diverso – in modo stra-ordinario, in modo dis-ordinato e in-controllato. Finché mi alzo un giorno e scopro che qualcosa è cambiato. Ma come, proprio io che ormai avevo fatto mia la Grande Verità che è impossibile cambiare? Mi sarò confuso: in effetti mi confondo sempre! Eppure, eppure comincio a credere che le cose (anzi:le persone) possano cambiare davvero. Io mi sento diverso davvero! Non so se in meglio o in peggio, sebbene il mio sforzo vada sempre com’è ovvio nella prima direzione.
     Tanto per cominciare mi sento più leggero, mi sento meno obbligato e meno ambizioso – meno angosciato dalla perfezione. È un bene? Bho! E che stupido sarei a dare una risposta adesso. Sono meno puntuale, anzi sono diventato un po’ ritardatario. Non me ne capacito, non è da me, non me lo perdonerei! Ma in fondo a che serve dannarsi l’anima per spaccare il minuto? Ecco, mi sto già giustificando: ormai è fatta! Ho guadagnato i primi soldi e li ho spesi tutti. Questa è incredibile. Ora mi sto preoccupando. Anche perché non ricordo neppure bene in cosa li ho spesi, io che ho sempre tenuto a mente pure quanto spendo per il pranzo.
     E poi, la cosa che mi ha fatto scattare l’allarme, è che non ho neppure dei programmi precisi per il futuro. Non so ancora bene quando andrò in vacanza, men che meno dove dormirò. E non ho pianificato lo studio. Anzi, che non si sappia in giro, ma non ho neppure iniziato a studiare.
 

 
     Questa sera ho cenato, poi invece di uscire ho preso un libro e mi son messo sull’amaca in giardino. Poi il libro non l’ho aperto, ho giocato con le margherite che mi pizzicavano la mano facendone dei cerchi come facevo da bambino. Ho lasciato scorrere il tempo, seguendo un filo di pensieri che non portava da nessuna parte, e mentre iniziava a far buio ho aspettato di vedere se spuntavano le stelle, ma ho chiuso un attimo gli occhi e credo di essermi addormentato.
 
 
     …Do we?
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