Son(n)o

8 luglio 2010

     Ultimamente ho un dubbio.
Ho il dubbio che la mia vita sia quella che trascorro mentre dormo, mentre quello chi succede da sveglio sia solo un intervallo, un po’ di pubblicità tra un sonno e l’altro. L’abbandono che mi accoglie ogni volta che poso la testa sul cuscino è così irresistibile e familiare che il pensiero che sale è sempre lo stesso: sì, finalmente sono tornato. Che sia pomeriggio, sera, mattino, quando finalmente chiudo gli occhi ritorno nel mio mondo, che è esattamente lì dove lo avevo lasciato malvolentieri qualche ora prima.
 
     Da piccolo avevo qualche problema con i sogni: per anni ho faticato a distinguere i ricordi degli eventi avvenuti realmente da quelli sognati. Per molto tempo, ad esempio, son stato convinto di avere un villaggio di folletti in fondo alle coperte del letto, che regolarmente visitavo notte dopo notte e con i cui abitanti intratenevo ottime relazioni. Fino alle medie, poi, ero convinto di aver viaggiato con un auto che sapeva andare in verticale, e molte volte ho messo in imbarazzo i genitori raccontando ai loro amici di quando mi avevano lasciato a casa da solo per una settimana, cavandomela tra l’altro egregiamente con fornelli e lavatrice. Ovviamente era tutto frutto del mio dormire, ma nella mia mente i ricordi di questi sogni erano talmente indistinguibili da quelli delle esperienze reali che ho impiegato molti anni a ricollocare ogni episodio nel contenitore giusto. Anche adesso talvolta mi capita di confondere i due mondi, ma perlopiù si tratta di cose molto meno divertenti: al massimo ricordo conversazioni mai avvenute o viaggi che in realtà devo ancora fare – il villaggio di folletti resta inarrivabile.
 
     Ma quando entro sotto le coperte è difficile non crederci: il mio mondo mi sta aspettando, quel posto dove continuo ad incontrare lei che ogni notte mi domostra che non è vero che è ammalata, dove ogni notte mi ricordo come si fa a volare (basta prendere bene la rincorsa e darsi una spinta su un muretto, e poi continuare a muovere le gambe e le braccia come se stessi nuotando), dove ogni volta che accorcio i capelli mi ritrovo con una chioma più soddisfacente e liberatoria, anche se piuttosto spesso mi cadono tutti i denti e non c’è modo di riattaccarli.
     E’ un bel posto, anche se ogni tanto devo congedarmi per fare una capatina nell’altro mondo, quello con l’inquinamento. Ma è solo questione di poche ore, poi ritorno.
 

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