Primi giorni d’estate, domenica mattina. Nel dormiveglia ti rigiri stancamente nelle lenzuola: inizia a fare caldo, ormai si dorme senza vestiti. Dalla finestra aperta entra la luce, dei raggi di sole si appoggiano sulla tua schiena e accendono la pelle nuda. Mi piace il tuo vestito di sole, mi piace il tuo vestito di sole.

  

     Forse non si era fatto tutto questo trip mentale Ben Kweller mentre cantava "I like your sundress", probablmente si trattava solo un vestito con dei soli disegnati. Però la mia fantasia e la mia pur sempre limitata conoscenza dell’inglese hanno costruito questa immagine nella mente la prima volta che ho ascoltato le note sonnolente di pianoforte dell’ìnizio di "Sundress", una delle mie canzoni preferite dell’eponimo disco di Ben. "I wanna start going on a morning walk. I don’t need a smile from a mannequine, I just wanna hold you in my hand". Bhè, converrete che un vestito fatto solo dai raggi di sole è quanto meno molto interessante!
 

     Ben Kweller è un ragazzotto americano con una zazzera d ricci in testa e molti strumenti fra le mani, che ha pubblicato qualche disco senza apparentemente sconvolgere alcun mercato musicale, e in modo più o meno casuale, attraverso un’associazione semantica che è andata da Tori amos –> Amos Lee –> Ben Lee –> Ben Folds è arrivata fino a Ben Kweller e, appunto, il vestito di sole. La canzone mi piaceva così tanto che mi son procurato tutto l’album.
     Il disco è presenta una manciata canzoni piene di chitarre arpeggiate e melodie orecchiabili, in cui la semplicità degli accordi e degli arrangiamenti è bilanciata con le piacevoli soluzioni di scrittura per cui praticamente ogni pezzo invita caldamente al singalong da finestrino abbassato e vento in faccia, cantando di amori, voglia di partire, evasioni e altre tematiche leggere che rendono un po’ più equilibrata la mia collezione di dischi, per i giorni d’estate in cui proprio non si può continuare ad ascoltare Radiohead e Sigur Ròs.
Curiosamente, il disco è suonato interamente dal musicista stesso: batteria, chitarra, basso, piano, nonchè voci e cori, son tutti usciti dalle poliedriche mani (e laringe) di Ben, che in passato ha collaborato con il già citato Ben Folds e il pur simpatico Ben Lee in un gruppo chiamato, imprevedibilmente, "The Bens" (producendo peraltro un deludente ep di cui non consiglierei l’ascolto se non a fini curiosistici).
 
     Resta il fatto che vorrei capire come mai un disco come questo, catchy e brillante senza essere di plastica, non faccia successo e giunga alle orecchie solo di pochi ascoltatori curiosi come me. Sfido ad ascoltare il disco senza restare appiccicati alle sue canzoni.
 

Highlights:
Sundress
Penny on a train track
Run
I gotta move
 

 

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Finora nella "Musica del cuore" non ho mai parlato dei masterpiece della mia discoteca (no, non gestisco un locale), forse perchè dire che un disco ha 3 o 4 canzoni piacevoli è molto più semplice che spiegare perchè cinquanta minuti di musica mi han segnato le orecchie. Ma oggi non posso fare a meno di parlare di Tori Amos e di "From the choirgirl hotel".

     Di Tori ci sarebbe di parlare per molte pagine: cantautrice americana trapiantata in Gran Bretagna, è un’artista che ha sviluppato la sua carriera intorno al pianoforte. Enfant prodige, figlia di un pastore metodista e di una discendente cherockee, suona il pianoforte (e il clavicembalo, gli organi e le tastiere) come se fossero strumenti rock, portando il concetto di "cantautrice piano-based" quanto più lontano dal clichè della cantante di ballate romantiche da piano bar. Nella sua ventennale carriera ha spaziato diversi generi e sperimentato diversi registri di composizione, tematiche ed interpretazione (ma non è sicuramente questo il luogo per approfondire tutto ciò), fino alle più recenti cadute di stile e gusto con degli album che paiono soddisfare solo lei e il marito-produttore Mark Hawley.
 

 
     Nel pieno della sua fase d’oro, nel 1998 Tori dà alle stampe "From the choirgirl hotel", uno dei suoi dischi migliori e più amati da fan e critica. Mi è davvero difficile dire cosa ci sia in questo cd che lo renda perfetto. Un pianoforte che si sposa con una band al completo riuscendo a rimanere l’attore principale, Tori denudata che canta i suoi drammi ("Playboy mommy", "Spark", il cui videoclip è uno dei più belli di sempre), una voce impeccabile che smuoverebbe le pietre ("Northern Lad", "Black Dove"), una rabbia lucida e inquietante ("Cruel"), il booklet con l’oscuro set fotografico di Katerina Jebb, realizzato facendo sdraiare Tori su una fotocopiatrice, i testi, il missaggio, di nuovo la voce e il pianoforte, e ovviamente le canzoni, tutte considerate fra le migliori dell’intera produzione Amosiana, ora più dirette ora più ostiche all’ascolto ("Pandora’s aquarium", "Liquid Diamonds"), ricche di riferimenti ad avvenimenti ora personali ora pubblici, ora minacciosi ora sessuali, sempre lontani da clichè e dalle abusate tematiche erotiche della musica pop (anche "Northern Lad", l’unica canzone "d’amore" del disco, regala nel testo sprazzi di genialità, come nella line "girls you’ve got to know when it’s time to turn the page/ when you’re only wet because of the rain", giusto per dirne una…)
E’ un disco che ho da molti anni ma che non smetto di riascoltare regolarmente ogni volta che qualche avvenimento, pensiero o situazione mi riporta alle atmosfere dell’albergo delle coriste. Sì, un albergo. No, non è una casualità.
 

Cruel
So don’t give me respect
Don’t give me a piece of your preciousness
flaunt all she’s got in our old neighbourhood
I’m sure she’ll make a few friends
Even the rain bows down
Let us pray as you cock-cock-cock your mane
No cigarettes only peeled Havanas for you
 
I can be cruel I don’t know why
Why can’t my ba.ll.oo.n stay up in a perfectly windy sky
I can be cruel I don’t know why
I don’t know why
 
Dance with the Sufis
Celebrate your top ten in the charts of pain
Lover brother bogenvilla
My vine twists around your need
Even the rain is sharp
Like today as you sh-sh-shock me sane
No cigarettes only peeled havanas for you
 
I can be cruel I don’t know why
Why can’t my ba.ll.oo.n stay up in a perfectly windy sky
I can be cruel I don’t know why
I don’t know why