Well, still: out.

9 maggio 2010

Bhè, tuttora: fuori. E nonostante la rabbia, l’orgoglio colpito e l’incertezza sul da farsi, bisogna pur portare a casa la pagnotta, e senza pensarci troppo ho cominciato ad adoperarmi per cercare qualche lavoro, cosa non troppo difficile visto che i neolaureati in medicina sono piuttosto richiesti.


"Pronto, dott. Rinaldi? Sì, mi ha dato il suo numero la dott.ssa Ortolani, cerchiamo un  medico per assistere ad una gara ciclistica questa domenica…"
"Ah, sì, la dott.ssa è una mia amica… bhè, non l’ho mai fatto prima ma… sì, se dice che è una cosa semplice… va bene, accetto!"
Ed improvvisamente le dueruote assumono nella mia mente connotati drammatici e pericolosissimi.
Nella mia mente folli ciclisti iniziano a vorticare a velocità supersoniche schiantandosi l’un contro l’altro nonchè contro gli astanti in una terribile mattanza, ed io, armato della mia migliore ignoranza tento di tamponare l’etacombe cercando, tanto per cominciare, di misurare la pressione a tutti, visto che in questi sei anni sembra che l’unica preoccupazione dei nostri infiniti tirocioni fosse quella di formare degli ottimi misura-pressione.
La settimana corre veloce (come un ciclista), e mentre cerco di riorganizzare la mia vita rimbalzando tra assicuratori, case di riposo, commercialisti, case di cura e medici di base in procinto di partire per le ferie, in un attimo giunge la temuta domenica, e tra racconti di amici che hanno assistito a gare in cui il 90% dei partecipanti è quasi morto e tentativi di imparare delle rudimenta di primo soccorso dagli amici più esperti, la mia amica procacciatrice di lavoro tenta di tranquillizzarmi dicendo che è solo una gara di paese, e nessuno si aspetta troppo da me.
Domenica. Per timore di arrivare tardi parto con 45 minuti di anticipo, evito anche di farmi la barba nella speranza di sembrare meno diciottenne di quanto già non faccia, e con il mio zainetto a tracolla che uso nell’attesa di comprare una normale borsa da medico mi avvicino alla partenza. Aiuto! Svolto l’angolo, e intorno a me si materializzano tre milioni di miliardi di ragazzini che scorrazzano senza apparente senso del pericolo per le vie Valsabbine, sfrecciando con i loro numeri sulla schiena intorno alla mia auto spaurita, mentre i cameramen e i giornalisti prendono posto intorno alle linee del traguardo, e dal ripetitore viene annunciato il nome del medico di gara che, guarda un po’, si chiama come me. Alla faccia della gara di paese!
Cercando di non farmi intimorire dall’atmosfera da Giro d’Italia incontro l’organizzatrice della gara, che dopo avermi presentato i vari responsabili mi offre un panino, che pur non avendo fame accetto nel tentativo di assumere un’aria più credibile. Mi siedo ad un tavolo poco distante, e dopo pochi istanti si uniscono a me un gruppo di genitori invasati  che iniziano ovviamente a raccontarsi tutte le volte che i loro figli sono caduti e di come si erano spaventati. Questo panino proprio non mi va giù.
Cerco di ignorare i loro discorsi, e mi imbatto così in una simpatica signora che, quando scopre che sono il medico di gara vuole mettermi al corrente che la corsa è intitolata a suo suocero, e coglie l’occasione per raccontarmi in pochi istanti i peggiori momenti della sua vita… Colto alla sprovvista, cerco senza troppa fantasia di cambiare argomento parlando del tempo, ma così facendo la signora mi mette al corrente di quella volta che si è messo a piovere e un sacco di ciclisti son caduti facendosi molto male, eh sì proprio molto male!
Fortunatamente viene in mio soccorso l’ambulanza, e con la scusa di presentarmi ai volontari mi congedo dalla signora e scambio due parole con i volontari, dichiarando la mia assoluta ignoranza e mancanza di esperienza, e loro sono molto comprensivi e sciolgo un po’ la tensione.
Inizia la gara. Un giro. Due giri. Chilometri. Un ciclista cade, al quinto tentativo mi infilo i guanti nel verso giusto, qualche escoriazione, sembra non si sia rotto niente, gli confeziono una medicazione che sembra un pacco regalo di Toys’r’us, lo invio comunque al PS per fare un rx.
I centoquattro (miliardi di) chilometri passano, non velocemente, ma neppure così lentamente. Seguo la gara, spero che non piova, finisce la gara, piove, piove di più, arrivo, tutti sani. Solo un caduto (nel senso che è caduto dalla bici, non che è morto). Nessun politraumatizzato. Nessun genitore che ha un infarto dall’emozione. Nessun attacco di asma, appendicite, pericardite, epilessia, ictus, pneumotorace, tromboembolia polmonare, fibrillazione atriale, o alcuna delle altre situazioni emergenziali che questa notte mi avevano rovinato il sonno. E nessuna donna che ha avuto le doglie, grazie al cielo. 
Ma non ho capito una cosa: quand’è che devo misurare la pressione?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: