The dutùr is back!

27 maggio 2010

Tre, due, uno: reperibile!
Sono le otto di giovedì mattina, ed inizio ufficialmente il mio turno come medico di medicina generale, in sostituzione al mio medico di base, che ha deciso di affidarmi il suo ambulatorio per un paio di giorni a settimana. Sono anche piuttosto elettrizzato: tutto sommato quando immaginavo il “dottore” pensavo sempre al medico di base, piuttosto che al medico di reparto, ed indossare il camice proprio nel mio paese, nello studio in cui sono sempre andato da paziente, mi dà innegabilmente una certa soddisfazione. 
Per cominciare bene arrivo con un’ampia mezzora di anticipo per accogliere con calma i mitici Rappresentanti Farmaceutici. Il caso vuole che il rappresentante del giorno sia una giovane ragazza alla sua prima esperienza, e che venga per pubblicizzare il farmaco che la sua casa farmaceutica propone come alternativa al Viagra. E così, inizio la mia giornata da sostituto MMG parlando per mezz’ora di erezione, eiaculazione, rapporti soddisfacenti, durata del rapporto e stimoli erogeni. Devo essere parso un po’ troppo interessato, visto che alla fine dell’incontro la Rappresentatrice (?) mi lascia in dono ben due scatole di farmaco, con tanto di volantino per invogliare gli uomini con problemi di potenza a rivolgersi al proprio medico.
Dopo questo inizio sprint, cominciano ad arrivare i pazienti. La prima signora entra con un manoscritto con le prescrizioni datele dall’urologo per il marito. Ok, ce la posso fare. Apro il programmino del pc, cerco il paziente, inizio le prescrizioni, emocromo, GOT, GPT… finché arrivo all’ultima prescrizione, totalmente indecifrabile. Sitting? Pitting? Petting? Fisting? Cerco parole simili sul programmino, ma nulla. Tergiverso con la signora, e senza farmi sgamare apro internet e cerco qualcosa che assomigli alle lettere che riconosco, con risultati quantomeno imbarazzanti (don’t try this at home!). Riprovo, inverto le lettere, continuo a temporeggiare con la signora, facendo milioni di domande inutili di cui non ascolto la risposta, finché, notando che ormai ho accumulato un ritardo ragguardevole sulla scaletta di marcia, mi decido a telefonare all’urologo per chiedere numi. E lui, come se nulla fosse: “Ah, sì, ora ricordo! Non è niente, mentre stavo scrivendo mi han telefonato e mi sono appuntato sul primo foglio che avevo davanti il tipo di intervento che avrei dovuto fare più tardi!”. Chirurghi! E si ostinano a volersi far chiamare medici!
Superato anche questo ostacolo, mi congedo dalla signora e scopro che la sala d’attesa è ormai piena di pazienti inferociti per il ritardo, immusoniti per la mancanza del loro medico, irritati dall’allergia alle graminacee… insomma non ho scampo! Bando al panico, chiamo il prossimo, una donna indiana che parla solo inglese ad una velocità supersonica (Chissà cosa avrà avuto! Ma con un Gentalyn Beta passa tutto!*), e dopo di lei un sacco di gente con qualsiasi tipo di problema per cui non ho mai avuto la risposta pronta, un sacco di farmaci di cui non so bene il dosaggio e la posologia (ma sia benedetto il programmino del pc!), una signora che ha avuto La Birintite, ritardi che si accumulano su ritardi, ficnchè ad un certo punto l’altro medico dello studio associato mi chiede di visitare anche i suoi pazienti che “deve uscire un attimo”, io lo squadro incredulo e con sguardo pietoso gli chiedo se non può rimandare…
Ma è tutto ok, mi rifaccio sgridando con convinzione la donna anziana che beve poco, l’uomo con il colesterolo alto che non fa la dieta, la ragazza che fuma e prende la pillola, insomma fare il medico è stradivertente! Puoi fare la ramanzina a chiunque e le persone sono anche contente!
Bene, ultimo paziente, ho accumulato quasi un’ora e mezza di ritardo e ho un pacchetto di ricette da fare entro domani, devo passare al ricovero a visitare un vecchietto che non sta bene (oddio! Sarà iperpluripatologico, senza il programmino del pc come farò?) e poi andare in farmacia a correggere alcune ricette che ho compilato in modo sbagliato (hem…), e fino alle otto di stasera sobbalzerò ogni volta che squilla il telefono nel terrore che ci sia qualche emergenza a cui dovrò prontamente saper rispondere… ma va tutto bene, “the first cut is the deepest” diceva Cat Stevens, “the first day is the hardest” dico io se non l’ha già detto qualcun altro, domani inizierò con un ora di anticipo e con un po’ di fortuna non combinerò troppi danni!
Ma ogni tanto, ogni tanto invece succede che mi chiedano Qualcosa Che So Fare, Qualcosa Che Conosco o Qualcosa Che So Gestire, e allora è davvero una figata, perché ormai non me ne accorgo più ma alcune delle cose che so le conosco proprio perché ho studiato medicina, mentre chi ha studiato altre cose non le sa, e se me lo chiedono posso dire cosa devono fare o non fare, posso dire con certezza che esami fare, che farmaci prendere, se preoccuparsi o meno, e posso anche essere rassicurante e quasi mi commuovo dall’emozione di capire che faccio davvero qualcosa di utile e reale. Qualche volta lo so fare, e lì tutto ricomincia a girare nel verso giusto. 
*scherzo! Ho capito benissimo tutto quello che mi ha detto! O almeno, credo…

     Immagino un cantante, in Italia, che voglia sfondare e che si chiami Ucio Battisti. Oppure Antonello Enditti, o Ino Paoli. Non dev’essere facile, far capire al pubblico che non si tratta di un errore di scrittura, ma è proprio il tuo nome che richiama quello di un altro cantante più noto. Per cui mi immagino che all’inizio Ryan Adams abbia avuto il suo da farsi per far capire che non si trattava del suo più celebre collega con la "B" davanti, ma di un altro cantante, con stile e direzioni proprie. Fortunatamente il pubblico dei due musicisti non è molto sovrapponibile, e ben presto chi parlava di Ryan non sapeva chi forse Bryan e viceversa, anche se mi diverto a pensare qualcuno che alla fine di un concerto di Ryan Adams urlasse a gran voce un bis di "Summer of 69" o "Everything I do"…

    

 

     Ryan Adams è un musicista newyorkese soft-rock particolarmente prolifico, con un estremo gusto per le canzoni guitar-based che spazia dal folk al rock e al blues, senza disegnare le ballate intime e  scarne. Disco dopo disco si è costruito una solida fetta di ammiratori e di critica sia in patria che nel resto del mondo, anche se la sua sterminata produzione musicale non ne facilità forse l’approccio ( è arrivato a pubblicare anche tre dischi in un solo anno!). 

   

   

Così anche nell’ultimo "Cardinology"(che non è "cardiology"!) Ryan suona con la band dei "The Cardinals" una raccolta di canzoni folk e ballads semplici e perfette. Senza mai eccedere negli arrangiamenti, affidati ai classici chitarra-basso-batteria, e con un cantato all’apparenza liscio e umile, quello che viene posto in evidenza sono solo le canzoni. Rispetto ad altri suoi lavori qua predominano le ballate e mancano forse dei pezzi più tirati, arrivando al massimo a delle schitarrate un po’ piacione in "Magick", ma ascoltando pezzi come "Fix It", "Go Easy", "Cobwebs" o la conclusiva "Stop" non se ne sente troppo la mancanza. Ravissimo!

  

  

  Da quando sono iscritto all’Ordine Dei Medici di Brescia regolarmente ricevo nella mia casella email interessanti aggiornamenti sui vari convegni e seminari che si svolgono nella provincia. Nuovi approcci alla terapia dell’ipertensione, eccitanti studi sul diabete, indicazioni alla terapia chirurgica dei traumi cranici… insomma, cose capaci di accendere l’interesse di ogni buon medico, nonché della "popolazione" a cui i convegni sono sempre aperti!

     Stamattina, però, ho ricevuto un invito ad un congresso davvero singolare: benchè sia noto che tra medici talvolta possa nascere qualche liason, non immaginavo certo che potesse esserci della letteratura specializzata proprio sulla sessualità tra MMG (=medici di base) e medici specialisti! Non solo: lo scottante convegno fa il punto proprio sulle malattie che questa pratica (certamente a rischio) comporta!  Dev’essere roba d’avanguardia, non posso proprio perdermelo!
E bravo il prof. Calzavara, le azzecca tutte!
 

Darsi all’ippica

17 maggio 2010

     Dovevo immaginarlo, che il passo dalle due ruote alle quattro zampe sarebbe stato breve.
E così, una domenica mattina mi sveglio, un po’ assonnato un po’ annoiato, e mentre guardo se il cielo è suffidientemente clemente per fare una passeggiata nel pomeriggio, ricevo una chiamata:
"Pronto, ci serve un medico per una gara di cavalli, lei può venire?"
"Hem.. Yawn… Siì..!?"
"Bene,passiamo a prenderla con l’ambulanza tra 5minuti"
     Pronto… PRONTO?!  Ma c’è qualcuno che mi insegna la rianimazione cardiopolmonare del cavallo? Ma hanno già riattaccato,e mentre controllo di avere giusto con me il tesserino, in un attimo mi ritrovo sull’ambulanza e mi accorgo di indossare dei pantaloni bianchi e una maglietta fluorescente con sopra disegnato un cervello esploso, e che forse non è il massimo per un ventiqualcosaenne che deve presentarsi come medico. Arrivo sul posto, e con la mia solita tracolla da liceale che uso al posto della solita borsa da medico, scopro che anche stavolta si tratta di bambini, e che anche stavolta i partecipanti sono nove miliardi.
     Mi presento ai soccorritori dell’ambulanza, e inizio a seguire la gara memore della mia unica e fallimentare esperienza con gli equini (esclusa la quotidiana esperienza con le loro bistecche nel mio piatto,ovviamente): quando ero bambino, per qualche motivo mio nonno aveva preso un pony, che con estrema gioia volli subito provare a cavalcare. Bhè: dopo un nanosecondo caddi, pianti e lacrime, il cavallo s’imbizzarri, scappò dal campo e non fu mai più ritrovato. Ecco,non proprio un inizio incoraggiante, diciamo.

     La giornata passa tranquilla, otto fantastilìardi di bambini fanno i loro giochetti con i cavalli, rimbalzando sul campo senza apparentemente morire, io inizialmente leggo e rileggo e ririleggo i quotidiani presenti nel bar del maneggio, poi lentamete mi lascio coinvolgere dall’entusiasmo dei genitori seduti intorno a me e mi unisco al tifo sempre più sfrenato per questo o quel cavallo – e, insomma, ad un certo punto ero circondato da genitori e fratelli di tale Filippo per cui tifavo per questo bambino anche se era un po’ cicciotto e non era il massimo dell’agilità…

     Un po’ di caduti, giaccio secco come se fossimo in Islanda, tante botte e un po’ di cacca di cavallo. Darsi all’ippica non sembra poi così male. E, fortunatamente, nessuna cavalla gravida con le doglie.

 

Well, still: out.

9 maggio 2010

Bhè, tuttora: fuori. E nonostante la rabbia, l’orgoglio colpito e l’incertezza sul da farsi, bisogna pur portare a casa la pagnotta, e senza pensarci troppo ho cominciato ad adoperarmi per cercare qualche lavoro, cosa non troppo difficile visto che i neolaureati in medicina sono piuttosto richiesti.


"Pronto, dott. Rinaldi? Sì, mi ha dato il suo numero la dott.ssa Ortolani, cerchiamo un  medico per assistere ad una gara ciclistica questa domenica…"
"Ah, sì, la dott.ssa è una mia amica… bhè, non l’ho mai fatto prima ma… sì, se dice che è una cosa semplice… va bene, accetto!"
Ed improvvisamente le dueruote assumono nella mia mente connotati drammatici e pericolosissimi.
Nella mia mente folli ciclisti iniziano a vorticare a velocità supersoniche schiantandosi l’un contro l’altro nonchè contro gli astanti in una terribile mattanza, ed io, armato della mia migliore ignoranza tento di tamponare l’etacombe cercando, tanto per cominciare, di misurare la pressione a tutti, visto che in questi sei anni sembra che l’unica preoccupazione dei nostri infiniti tirocioni fosse quella di formare degli ottimi misura-pressione.
La settimana corre veloce (come un ciclista), e mentre cerco di riorganizzare la mia vita rimbalzando tra assicuratori, case di riposo, commercialisti, case di cura e medici di base in procinto di partire per le ferie, in un attimo giunge la temuta domenica, e tra racconti di amici che hanno assistito a gare in cui il 90% dei partecipanti è quasi morto e tentativi di imparare delle rudimenta di primo soccorso dagli amici più esperti, la mia amica procacciatrice di lavoro tenta di tranquillizzarmi dicendo che è solo una gara di paese, e nessuno si aspetta troppo da me.
Domenica. Per timore di arrivare tardi parto con 45 minuti di anticipo, evito anche di farmi la barba nella speranza di sembrare meno diciottenne di quanto già non faccia, e con il mio zainetto a tracolla che uso nell’attesa di comprare una normale borsa da medico mi avvicino alla partenza. Aiuto! Svolto l’angolo, e intorno a me si materializzano tre milioni di miliardi di ragazzini che scorrazzano senza apparente senso del pericolo per le vie Valsabbine, sfrecciando con i loro numeri sulla schiena intorno alla mia auto spaurita, mentre i cameramen e i giornalisti prendono posto intorno alle linee del traguardo, e dal ripetitore viene annunciato il nome del medico di gara che, guarda un po’, si chiama come me. Alla faccia della gara di paese!
Cercando di non farmi intimorire dall’atmosfera da Giro d’Italia incontro l’organizzatrice della gara, che dopo avermi presentato i vari responsabili mi offre un panino, che pur non avendo fame accetto nel tentativo di assumere un’aria più credibile. Mi siedo ad un tavolo poco distante, e dopo pochi istanti si uniscono a me un gruppo di genitori invasati  che iniziano ovviamente a raccontarsi tutte le volte che i loro figli sono caduti e di come si erano spaventati. Questo panino proprio non mi va giù.
Cerco di ignorare i loro discorsi, e mi imbatto così in una simpatica signora che, quando scopre che sono il medico di gara vuole mettermi al corrente che la corsa è intitolata a suo suocero, e coglie l’occasione per raccontarmi in pochi istanti i peggiori momenti della sua vita… Colto alla sprovvista, cerco senza troppa fantasia di cambiare argomento parlando del tempo, ma così facendo la signora mi mette al corrente di quella volta che si è messo a piovere e un sacco di ciclisti son caduti facendosi molto male, eh sì proprio molto male!
Fortunatamente viene in mio soccorso l’ambulanza, e con la scusa di presentarmi ai volontari mi congedo dalla signora e scambio due parole con i volontari, dichiarando la mia assoluta ignoranza e mancanza di esperienza, e loro sono molto comprensivi e sciolgo un po’ la tensione.
Inizia la gara. Un giro. Due giri. Chilometri. Un ciclista cade, al quinto tentativo mi infilo i guanti nel verso giusto, qualche escoriazione, sembra non si sia rotto niente, gli confeziono una medicazione che sembra un pacco regalo di Toys’r’us, lo invio comunque al PS per fare un rx.
I centoquattro (miliardi di) chilometri passano, non velocemente, ma neppure così lentamente. Seguo la gara, spero che non piova, finisce la gara, piove, piove di più, arrivo, tutti sani. Solo un caduto (nel senso che è caduto dalla bici, non che è morto). Nessun politraumatizzato. Nessun genitore che ha un infarto dall’emozione. Nessun attacco di asma, appendicite, pericardite, epilessia, ictus, pneumotorace, tromboembolia polmonare, fibrillazione atriale, o alcuna delle altre situazioni emergenziali che questa notte mi avevano rovinato il sonno. E nessuna donna che ha avuto le doglie, grazie al cielo. 
Ma non ho capito una cosa: quand’è che devo misurare la pressione?

Fuori

2 maggio 2010

Poche volte mi era capitato di saltare pasti senza accorgermene.

Oserei dire mai, prima dell’altroieri.