Ci sono volte in cui ascolti un disco e ti folgora fin dall’inizio. Ci sono volte, invece, in cui devi inciampare in quel disco più e più volte prima di accorgerti di quanto sia grande, e ti chiedi dove avevi gli occhi (le orecchie) per essere riuscito a non vederlo (sentirlo) fino ad allora.
     Sono incappato per la prima volta in “The seldom seen kid” un paio d’anni fa dopo averne letto una recensione su un blog di fiducia. Tornai ad imbattermi nello stesso quando ne lessi qualche lyrics qua e là sul web, incuriosito da qualche frase che ero riuscito a cogliere dall’ascolto. Infine ci rinciampai l’ultima volta quando partii per la Finlandia con solo pochi dischi sull’iPod, e stancandomi presto degli altri, già ascoltati a  sufficienza prima di partire, mi tuffai in questo splendido, raffinato prodotto di cantautorato d’oltremanica.
     Gli Elbow sono una band britannica non propriamente famosa, ma ciò nonostante “The seldom seen kid” è stata uno dei dischi più venduti dell’anno scorso in UK. Non che le classifiche possano rispecchiare in qualche modo i miei gusti o i miei parametri, ma se un disco non commerciale in senso stretto di un gruppo non famoso vende una vagonata di copie dovrà necessariamente significare  qualcosa.
 

     Il disco ha uno dei suoi punti forti nelle liriche, motivo forse per cui all’inizio mi sfuggì, e uno dei ragioni che me lo rende particolarmente caro è l’affrontare, tra gli altri, il concetto dell’amicizia (“Il ragazzo visto poco" è appunto il soprannome dato all’amico di cui si parla nel disco). Non riesco infatti mai a capacitarmi di come la musica leggera non sembri mai voler parlare di questo tema, preferendo nella quasi totalità dei casi declinarsi nel più prevedibile e seguìto tema dei rapporti d’amore, quasi che nelle nostre vite i sentimenti amicali siano quasi inesistenti e del tutto sovrastati da quelli erotici. L’altro tema inaspettatamente affrontato da queste canzoni è quello della perdita e della morte… (ok, sono proprio una personcina leggera a volte…), argomento tabù in tutta la musica contemporanea ancor più del precedente (posso contare sulle dita di una mano i dischi che affrontano in qualche modo il materia). Ma come sempre, non è cosa ma è come, e se il ritornello di una canzone dice “c’è un buco nel mio vicinato in cui ultimamente non posso fare a meno di cadere” riferendosi al vuoto lasciata dalla perdita, infilato nella canzone più ritmata del disco “Ground for divorce”, non posso non apprezzare.
      Ma ovviamente, nessun testo potrebbe piacermi se non supportato da un lato melodico all’altezza, ed è qua che gli Elbow mi hanno lentamente conquistato con un sound elaborato e arrangiamenti che evitano sempre le soluzioni più scontate: l’inizio esplosivo con “Starling”, fluttuazioni ora più d’atmosfera (Weather to fly) ora ipnotiche (Audience with the pope), fino allo  struggente finale con “One day like this” e “Friend of ours”. E sempre con un cantato minimale che neppure Peter Gabriel nella sua recente reinterpretazione di “Mirrorball” nel suo album di cover “Scratch my back” è riuscito a superare.
Highlights:

Mirrorball
One Day Like This
Weather to fly
 
Curiosità::
è da poco uscita la versione live di questo disco, registrata con la BBC Orchestra all’Abbey Road Studios.  E il disco (l’originale, non il live) è in vendita a 4,59 € su www.play.com senza spese di spedizione!
 
 
I plump the kind of kiss
that wouldn’t wake a baby
on the self-same face
that wouldn’t let me sleep;
and the street is singing with my feet,
and the dawn gives me a shadow I know to be taller.
All down to you, dear.
Everything has changed.
 
My sorriness
has made it to graffiti.
I was looking for
someone to complete me.
 
Not anymore, dear;
everything has changed.
When we make the moon our mirror ball
the street’s an empty stage;

the city sirens – violins.
Everything has changed.
So lift off love.
(down to you, dear)
 
We took the town to town last night.
We kissed like we invented it!
And now I know what every step is for:
to lead me to your door.
 
Know that while you sleep,
everything has changed.
We made the moon our mirror ball.
The street’s an empty stage;
the city sirens – violins.
Everything has changed.
Down to you, dear
So lift off love
 
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Specializer

25 febbraio 2010

     Infine, il mio ingresso nella neurologia l’ho fatto dalla porta sul retro. Un po’ deluso chi si aspettava un vero e proprio Primo Giorno come nel Primo Giorno di scuola, o come JD in Scrubs che arriva tutto spaesato per venir ripetutamente umiliato dalle infermiere, per disposizioni provenienti dall’Alto io e gli altri quasi-specializzandi abbiamo iniziato a fare i non-specializzandi fin dall’indomani dell’esame di stato, cosicché l’Inizio è stato spalmato su un periodo di 3-4 mesi non necessariamente seguito dalla vera specializzazione. E allora parliamone, di questa non-specializzazione.
     Visto il nostro status definito da ciò che non siamo, i nostri compiti sono altrettanto localizzati in negativo: non dobbiamo toccare i pazienti, non dobbiamo causare danni, non possiamo firmare nulla ma al contempo non possiamo mancare e non dobbiamo mostrarci disinteressati.Quello che rimane dopo tutte questo susseguirsi di negazioni è una manciata di compiti burocratici e scartabellature varie che sebbene piuttosto noiose saranno parte preponderante del nostro futuro da veri-specializzandi. Fin qua, nulla di strano.
     Il fatto è che la presenza di me e degli altri 3 almost-specializer sa un po’ di Grande Fratello, visto che su 4 solo 3 entreranno in specialità a fine aprile, e l’onda di pensiero che corre nelle menti di medici, infermieri e chiunque bazzichi in reparto, tra una corsa a faxare una richiesta di TAC e un prelievo lombare, è la stessa: chi verrà eliminato? Non ho ben capito chi e quando farà le nomination, ma un pochino mi sento osservato e tutto sommato non vorrei doverle fare io visto che la speranza dichiarata è che magicamente si sovvertano le regole e si possa entrare tutti e quattro.
     Quello che faccio, o meglio quello che non-faccio in quanto non-specializzando, mi lascia però inevitabilmente lunghi momenti di inazione, molto pericolosi perché scatenano in me una serie di pensieri e fluttuazioni mentali non necessariamente favorevoli. Ad esmpio: perché le infermiere mettono la divisa SOTTO al vestito? Non è molto igienico mettere una felpa sopra al camice… Oppure: perché  tutto il mondo scrive le cartelle cliniche al computer mentre noi scriviamo tutto a mano, salvo poi ricopiarlo al computer? Oppure: perché ci facciamo faxare la stampa dei referti (scritta al computer) per poi ricopiarla, a mano, nel nostro computer? Non sarebbe leggermente più comodo mandarcela attraverso una rete intranet? Domande destinate a rimanere senza risposta.
     Quando poi i momenti di inattività si prolungano, i viaggi mentali prendono davvero i livelli di quelli di JD, e mentre aspetto che la dottoressa esca dalla stanza del paziente in isolamento, mi chiedo: “ma io, che cosa sono?” e improvvisamente mi viene in mente il ritornello di un appiccicosa canzonetta, e d’un tratto mi vedo Britney Spears che canta: “I know what you are…yes you are… specializer specia-specializer specializer wo… you- you-you are… you-you-you are…” dimenandosi mezza nuda sul carrello delle cartelle cliniche mentre le infermiere ballano sincronizzate lanciando per aria cannule e sondini, e il paziente viene scalciato giù dal letto e Britney tenta di denudarmi… specializer woo! Ok, a questo punto capisco che devo riprendermi…

    Ma il pensiero più ricorrente che mi attraversa la mente è un altro, e (forse) più ancestrale: il cibo. Pranzare è infatti una conquista di ogni giorno: essendo nella strana posizione di non-specializzando da reality show, ed avendo dunque sempre le telecamere fisse su di me, non posso permettermi nessuna debolezza, e chiedere mezz’ora per andare a mangiare potrebbe essere interpretato come un segno d’inferiorità che potrebbe costarmi l’esclusione dal gioco, motivo per cui cerco di minimizzare le lamentele dello stomaco fino a che ho finito quello che devo fare, e poi eventualmente mangiare nel minor tempo possibile – ieri ho pranzato nel tempo record di 13 minuti con tanto di corsetta sprint antidigestiva andata e ritorno bar/reparto.
     Il meglio è comunque stare con gli altri specializzandi – quelli veri, intendo. Ma anche quelli finti, come me. E anche con i medici strutturati, almeno quelli che ho conosciuto. Bhe, non è che si faccia nulla di particolare, insomma, son solo persone con cui si lavora, eppure anche qui come in qualsiasi cosa faccia è nel rapporto con gli altri che trovo le maggiori soddisfazioni – bhè, almeno finchè non inizierò a lavorare davvero e fare quel famoso “qualcosa di utile per gli altri”. O almeno è quello che si spera.

Il disco di questa settimana è molto più mainstream del precedente, ma è talmente bello da aver vinto il premio "Rivelazione dell’anno" nei prestigiosi Fabrizio Music Awards 2009.
 
 

 

Paolo Nutini nasce come cantante belloccio per teenegers con l’ormone in fiamme, e pubblica un disco d’esordio di pop dignitoso "These street" qualche anno fa, ottenendo ottimo riscontro sia in patria (UK) che altrove. Fin qui, nulla che possa destare il mio interesse (anche se devo ammettere che "New shoes" e "Jenny don’t be hasty" me lo fecero tener d’occhio già da allora).
Finito il processo di promozione del disco d’esordio, il buon Paolo prende chitarra e pianoforte e inizia a scrivere e prodursi il secondo album, "Sunny side up", e con voce invecchiata e sorniona stupisce tutti. Il disco infatti è un ottimo allestimento di canzoni folk(-pop), blues(-pop), funky(-pop) e pure reggae(-pop), e regala una manciata di fresche canzoni guitar-based che rivelano una capacità compositiva ed un equilibrio insospettabili per la giovanissima età – e soprattutto, per essere un ex-promessa pop per giovani adolescenti infuocate. 
 

highlits:
-candy (premio "Video Sciallo" dell’anno ai Fabrizio Music Awards 2009) 
coming up easy  (premio "Canzone Da Suonare Con La Chitarra E Basta" dell’anno ai Fabrizio Music Awards 2009)
-10/10 (premio "Canzone Da Suonare All’Autoradio Con I Finestrini Abbassati Il Giorno Della Propria Laurea" dell’anno ai Fabrizio Music Awards 2009)
 
curiosità: il disco ha debuttato in prima posizione nella UK album charts, per poi scendere lentamente, e ora, dopo 8-9 mesi, è tornato in vetta. Interpretazione: le ragazzine hot di cui sopra si sono fiondate a comprare il disco appena uscito. Dopodichè, i fratelli, morosi, amici, ecc delle suddette hanno ascoltato il disco, e hanno iniziato ad apprezzarlo, e consiglia te che consiglio io, il disco è stato scoperto anche da chi prima snobbava il pop idol. Confortante come talvolta qualità e vendite vadano nella stessa direzione!
 
P.S. Annunciato per il prossimo anno riduzione delle categorie nei Fabrizio Music Awards

Dutùr # 7, 8, 9 …

8 febbraio 2010

     In men che non si dica il tirocinio più divertente di questi anni è finito, e in men che non si dica sarà medico e in men che non si dica inizierò a fare quello che fa uno specializzando con le differenza che: a) non so nulla; b) non sono pagato; c) non mi chiamo specializzando. Per cui, prima che gli eventi prendano il sopravvento e il mio Tempo Libero finisca del tutto, voglio fissare a futura memoria le ultime vicende che mi hanno portato a qui e che ricorderò come  gli ultimi giorni felici da non-lavoratore.

     Non dimenticherò mai quella signora che è venuta in ambulatorio diverse volte a causa delle numerose complicanze che la sua bronchite cronica comportava, e uno degli ultimi giorni è uscita dall’ambulatorio con un coup de théâtre minaccioso: dopo aver raccontato che la terapia per la bronchite che le aveva dato il dottore la settimana prima non era stata molto efficace, il dott. B. le prescrive un nuovo antibiotico più potente: lei, poco convinta, si alza dalla sedia: “Ah… allora vado… neanche questa volta mi fa guarire…” poi, gelida, verso di me: “NEANCHE TE!” giusto nel caso in cui mi sentissi escluso da questa espressione di gratitudine.

     Non dimenticherò mai i libri che c’erano nella piccola biblioteca della sala d’aspetto, dove grandi e piccini potevano trovare nelle letture, in particolar modo quelle bibliche, un sollievo ai loro mali mentre aspettavano la visita del medico. Tra questi, un posto particolare nella mia memoria lo avrà la Bibbia Per Bambini sulla cui copertina campeggiava un Gesù (o forse era un Adamo) completamente ignudo il cui fisico da body-builder era solo parzialmente celato da una scia biancastra che lasciava intravedere quegli attributi che solitamente si suppone Gesù non abbia.

     Non dimenticherò mai il software del pc per fare le ricette, un capolavoro di astrusità informatica che non mancava però di avvertirti (con ben due punti esclamativi) se il paziente a cui stavi per prescrivere un farmaco quel giorno compiva gli anni.

     Non dimenticherò mai le 11:30, quando da aiuto-dottore scattava l’incantesimo e diventavo l’addetto alle ricette: un perfetto impiegato che smanettando con il suddetto programma stampava prescrizioni su prescrizioni per farmaci di cui spesso non sapevo neppure la funzione. (Certo, mi sono anche preso le mie piccole soddisfazioni, come quando ho messo l’indicazione “2 volte al giorno, ai pasti principali” prescrivendo la crema per le emorroidi…)

     Ma la cosa che più di ogni altra non riuscirò a dimenticare è sicuramente la figura di merda che feci con la zia del dott. B quando capitò in ambulatorio uno degli ultimi giorni. Portando gli esami di controllo il dottore li scorre velocemente e li ridà soddisfatto all’arzilla zietta: “Molto bene zia, tutto a posto…”
Zia: “E il fegato, come va?”
Dott. B: “Dai, non c’è male… con quello che hai passato!” e poi, rivolgendosi a me: “Sai, la zia T. ha avuto le transaminasi a più di 4000!”
Io, dubitando di aver sentito bene: “Quattromila?!”
Zia: “Eh sì, e mio marito le ha avute a più di diecimila!”
Io, cominciando a pensare che mi si stesse prendendo per i fondelli, dato che di solito le transaminasi hanno una concentrazione ematica minore di 40 mg %, esclamo: “DIECIMILA!?!?!” (così proprio, in maiuscolo)
E lei, gongolando della mia incredulità: “Eh sì… molti anni fa, eravamo andati per boschi a raccogliere funghi… ad un certo punto, ne avevamo raccolti molti, io ne ho assaggiato un pezzo, mio marito invece ne ha mangiato uno intero… sai, li abbiamo assaggiati per vedere se erano buoni…”
E io, finalmente contento per aver capito l’inghippo, esclamo baldanzoso: “Eh eh, e invece non erano mica tanto buoni, eh?”
E lei, glaciale: “Mio marito è morto. Amanita Phalloides”

Mai scherzare con i funghi. 
 

E’ sempre stato il mio sogno avere una mia rubrica settimanale dove poter snocciolare consigli e saccenza non richiesta, tipo "La posta del cuore" o similia, ma purtroppo gli eventi han fatto sì che diventassi più esperto di musica che di sentimenti, e la cosa non ha potuto avverarsi… Fortunatamente però ora ho finalmente l’occasione giusta per sanare questo mio mai sopito desiderio: degli amici, infatti, notando la mia sterminata ed encomiabile conoscenza in campo di uscite discografiche, mi han chiesto di dare loro dei "consigli per l’ascolto", per cui ho colto l’occasione e da oggi partirà la mia rubrica periodica dall’accattivante titolo "LA MUSICA DEL CUORE".
Come da idea di Umbe, ogni settimana (o giù di lì) proporrò un album che ritengo particolarmente ben riuscito, introducendolo brevemente… Bhè poi uno è libero di ascoltarlo, comprarlo, scaricarlo, regalarlo… io non mi prendo responsabilità, solo meriti!

Inizio con un disco bomba: "Songs the silverman" di Ben Folds. Ben è un pianista americano, attivo dall’inizio anni ’90, ed ha pubblicato numerosi cd sia come solista sia con il suo ex-gruppo "the Ben Folds Five" (un tipo per nulla egocentrico, direi…). Noto anche per essere stato parte integrante delle compilation del recente viaggio "8 nations in 3 days", Ben è un pianista estroso e smentisce il preconcetto secondo cui da un cantautore pianista ci si debba attendere solo ballads e canzoni lente e riflessive: sebbene non manchino i brani più tranquilli, come "Time" (dalla profonda line "in time i will fade away, in time i won’t care what you say, but time takes time"), in generale i brani sono uptempo e scanzonati, facendo guadagnare all’album l’etichetta di "alternative rock". Il cantato è anche abbastanza decifrabile, adatto dunque a chi usa le canzoni per rinverdire il proprio inglese.
Il titolo del cd (uscito nel 2005) deriva dal nome di un amico di Ben, tale "Goldman", a cui Ben faceva ascoltare le sue composizioni durante la stesura del disco. Io ho il disco da un paio di anni o forse più, e nonostante abbia anche altri cd di Ben, questo è senz’altro il mio preferito: lui e la sua band sono musicisti con i contromaroni, ma riescono a non farlo pesare dando sempre la precedenza alla melodia e alla godibilità dell’ascolto.
Highlits
Landed
Time
Curiosità: recentemente Ben ha pubblicato un disco ("Ben lee presents: University Acappella") in cui i migliori cori vocali universitari americani hanno reinterpretato le sue canzoni senza l’ausilio di strumenti, sotto la sua stessa direzione, o talvolta cantando con lui. Altro che Glee!
 

Graditi i commenti!

Giustamente pensare

5 febbraio 2010

     Si potrebbe giustamente pensare che non mi va mai bene niente. Finisco le lezioni, e mi lamento che non vedrò più i miei compagni; mi laureo, e mi lamento che non farò più vita da studente; esce il bando per il test di ammissione alla scuola di specialità, e mi lamento che sto perdendo le mie libertà. E mi lamento di quelli che si lamentano, oltretutto.
 
     Però, non mi lamenterei cosi tanto se non vedessi che apparentemente tutti gli altri non aspettino altro che farlo, questo benedetto test. E vabbè: che c’è si strano, si potrebbe giustamente pensare. C’è di strano che il lavoro dello specializzando è un tour de force, un numero indeterminato (ma sicuramente maggiore di 8) di ore giornaliere 5-6 giorni a settimana festività incluse, e quando non lavoro dovrò darmi da fare per studiare e cercare di imparare qualcosa di più sulla neurologia colmando il baratro di ignoranza con cui mi appresto ad iniziare il mio lavoro. E tutto ciò mi piace anche (!), ma la logica conseguenza è che dovrò ridimensionare le cose che voglio fare nella vita. Che non è “solo” lavoro, per quanto il mio lavoro sarà appassionante e abbia lottato per ottenerlo: la vita è anche vedere, leggere, scrivere, suonare, ascoltare, fare, rifare, dormire, uscire, baciare, girare, e, giustamente, pensare.
(Qualche giorno fa, passeggiando per Brescia con uno dei pochi amici che condividono le mie perplessità, svoltato l’angolo ho trovato scritto su un muro con una bomboletta spray: “TU NON SEI IL TUO LAVORO”. Epifanica.)
Chiaro che non dovrò rinunciare a tutto en bloc, ma dovrò ridimensionare, e non necessariamente secondo i miei desideri.
Non mi va mai bene niente.
 

Funziona così

2 febbraio 2010

     In pratica funziona così, che quando sono un po’ giù divento ipersensibile alla musica. E mica alla musica classica, o ai suoni in generale: proprio alle canzoni. Qualsiasi cosa ascolti, mi sembra che stia parlando di me in maniera incredibilmente ed eccezionalmente veritiera, e che ogni cambio di accordi sia stranamente melodrammatico, e che quella chitarrina slide messa lì così sia insuperabile, e così via con una serie di sensazioni per cui il cuore ha un tuffo ad ogni giro di Sol.
     Oggi funziona che sono un po’ giù perché mi sembra di non poter ricordare abbastanza. E non mi riferisco ai miei studi – certo, anche il non ricordarmi i farmaci e l’anatomia cerebrale ecc. è una bella rottura, ma non è il Pensiero Paranoide di oggi. Mi riferisco invece al fatto che non riesca a ricordare tutti i libri che ho letto, e i film che ho visto, e tutti i personaggi che per qualche ora ho creduto eccezionali, quelli che mi sembrava mi stessero segnando la vita; e poi non mi ricordo tutte le persone che ho conosciuto (hem… come qualcuno potrà ricordare grazie ad alcune mie celebri gaffes), non mi ricordo i palazzi e le luci delle città dove sono stato; non mi ricordo nemmeno tutte le canzoni che ho ascoltato, men che meno gli accordi di quelle che suono. Non riesco a ricordarmeli tutti: funziona così. E capirlo mi rende tristissimo, perché se non mi ricordo di un momento è, in definitiva, come se non lo avessi neppure vissuto. Oh, sono sicuro che gli Elbow in questa canzone parlassero proprio della stessa sensazione!
     E poi (ma forse è la conseguenza del problema di cui sopra) oggi son triste perché non riesco a vivere abbastanza. Oddio, non è che stia per morire, sia chiaro! È che per quanto mi sbatta all’infinito e cerchi di fare il doppio di una persona media (mmm… il doppio di una persona medio-scazzata, diciamo…), ci son troppe troppe cose che mi sfuggono (una volta ho detto "ho troppe troppe cose per la testa" e un amico mi ha risposto "sono i capelli". Ottima uscita!) Dicevo, ci son troppe cose che mi sfuggono: recentemente ho fatto un tuffo all’indietro nel blog di un amico, fino a leggere i post di prima che ci conoscessimo, ed è stato strano vedere e capire quanta vita ci sia stata mentre io vivevo un’altra vita, e quante cose avrei potuto fare e non ho fatto. Ma le avrei davvero potute fare? Non lo so. Di sicuro le ho perse, e mentre scrivo ne sto perdendo altre. Sono sicurissimo che ieri ho ascoltato una canzone che parlava proprio di questo… di chi diavolo era? di Moltheni forse?
Il pensiero positivo è stato capire che tutto questo significa necessariamente che ho tantissima voglia di vita. E realizzare questa cosa mentre si è immunsoniti, insomma, non è cosa da poco. Prossima canzone?

01.02.2010

1 febbraio 2010

Mentre anche oggi compilavo ricette a 300 all’ora, mentre anche oggi la stampante non funzionava, mentre anche oggi ho dovuto fare lo scribano e usare carta e penna, mentre facevo tutto ciò qualcosa nel mio scrivere mi sembrava che suonasse alquanto strano… finche ho capito: oggi è un giorno palindromo!

01.02.2010 –> 0102.20.10
A volte basta poco per tirarsi su il morale…
🙂