Dutur # 6

28 gennaio 2010

Non mi piace prendere in giro i pazienti per gli errori che fanno quando parlano delle malattie, perché scherzare sull’ignoranza di un’altra persona è una cosa meschina e poco fantasiosa. E’ troppo scontato: è come se qualcuno mi deridesse perché dal macellaio non so distinguere la carne di cavallo da quella di suino, per esempio, oppure perché confondo un integrale con una derivata. Ciò nonostante, nella mia analisi sulle tipologie umane che gravitando intorno ad un ambulatorio di medicina di base, devo necessariamente parlare anche di loro: gli Storpianti.
Gli storpianti sono quella categoria di pazienti che confondono il nome di un farmaco, una malattia, un esame diagnostico con un’altra parola, creando così dei costrutti piuttosto singolari e talvolta irresistibili: dal classico “Mi faccia la ricetta sennò devo pagare il tic” al sempreverde “Ho la diabete”, fino al più marrazziano “Mi han trovato la prostituta”, per non parlare dei farmaci i cui nomi astrusi si prestano ad ogni tipo di ritocco o trasformazione. Un sottogruppo interessante di questa categoria sono quelli che indicano l’organo per dire la malattia: per cui “Ho la prostata” per dire che hanno l’Ipertrofia Prostatica Benigna, “Ho la tiroide” per dire che son ipertiroidei, “Ho il colesterolo” per dire che hanno il colesterolo alto, e così via in una serie di metonimie che neppure il più audace poeta avrebbe mai azzardato.
La migliore è entrata in ambulatorio qualche giorno fa.
Poetessa: “Buongiorno dottore!”
Dott. B. : “Buongiorno signora P., come andiamo?” (ah, tra l’altro, io proprio non sopporto chi usa il plurale al posto del singolare per chiedere come si sta: cosa vuoi che ne sappia la signora P. di come stai tu? E’ già difficile capire come sto io, figurarsi se so pure come stai tu! )
Poetessa: “Bene dottore, ho appena ritirato gli esami di controllo, e sono proprio contenta: sa che avevo la tiroide… non ce l’ho più!!”
Fortunatamente, talvolta sono i medici a causare l’ilarità dei pazienti, ristabilendo in questo modo l’equilibrio mondiale delle cose (ah, tra l’altro, io credo molto nell’equilibrio mondiale delle cose: ad esempio, se mentre sono in ospedale mi accorgo di aver perso la penna che avevo nel taschino, mi approprio subito della prima penna che mi capita sottomano. Ne va dell’ordine mondiale delle cose).
Ieri mattina, infatti, verso la fine del turno entra in ambulatorio una signora straniera di origine non meglio precisata, accompagnata dalla figlia e dal relativo pargoletto per aiutarla nella traduzione  in italiano. Alla fine della visita, la dott.ssa M. si rivolge alla figlia: “Ma che belli questi bambini, quanti sono adesso, quattro?”
Figlia: “Sì, tre sono all’asilo, mentre questo qua è colpa di suo marito se ce l’ho!” – intendendo dire che il dott. B l’aveva convinta illo tempore a non interrompere la gravidanza, e a giudicare dalla gioiosità del bimbetto, non si può che esserne felici. Io però, colta l’ambiguità della frase, decido di alleggerire un po’ l’atmosfera con una battuta di spirito, e fingendo un dubbio impertinente esclamo con nonchalance : “In che senso?”
Non l’avessi mai detto. La signora straniera che teoricamente non capiva l’italiano mi guarda, strabuzza gli occhi, e poi perde il controllo: “Tu? Capito che dottore… Ahaha…. Dottoressa… ahahha!! CORNAA!! Hahaha !!! Dottore corna dottoressa!!! Ahahahaha! Corna! Ahahah dottoressa CORNA!!! Ahahah!” Scompisciandosi dalle risate e facendo inequivocabili gesti con le mani mentre la dottoressa M. si guardava intorno affranta e imbarazzata, e pure un po’ offesa, e io tentavo di riparare con dei “Ma nooo scherzavo, avevo capito che il dottore non ha fatto… hem…” compromettendo ancora di più la situazione e contagiando nell’ilarità pure la figlia, che evidentemente trovava spassosa l’idea di aver avuto un figlio dal dott. B…
Credo che per un po’ eviterò di sfoggiare il mio lato ironico in ambulatorio…
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Proprio oggi riascolto una canzone che si intona incredibilmente ai pensieri di ieri. Un testo denso, da ascoltare lentamente, strofa per strofa. Ovviamente, di Niccolò Fabi.
Visto da qui tutto tutto sembra lontano  
convulso e insensato agitato per niente
come fosse distratto e indifferente
a cio che e’ importante

Visto da qui e’ solo il vuoto che urla
il pensiero scucito dalla realta’
passanti qualunque in una strada qualunque
la mia citta’

Sara’ anche che il gioco si cambia da dentro
ma alla fine e’ giocare che ti cambia dentro
sara’  anche che spesso lontano dal centro
ognuno si scopre un nuovo talento

Magari fuggire non e’ la soluzione
magari fuggire e’ una resurrezione
e’ come sfidare il niente
stare qui

Io non so se ritornare
quale vuoto sia peggiore
se avro’ forza per trattare
se il mio compito  e’ di stare
fuori o dentro

Visto da qui e’ solamente una parte
davvero convinta di essere tutto
dove non c’e’ piu’ urgenza c’e’ solo la fretta
e l’affanno e’ un respiro che non si rispetta

A volte un’isola e’ la cura del tempo
a volte  un’isola e’ solo  isolamento
e’ come cadere al buio
scegliere

Io  non so se ritornare
quale vuoto sia peggiore
se avro’ forza per trattare
se c’e’ piu’ coraggio a stare
fuori o dentro
(Niccolò Fabi, "Fuori o Dentro", 2009)

Travels in constant

25 gennaio 2010

     Sul treno che da Milano mi riporta a casa, dopo un viaggio che ha sezionato l’Europa, dopo ore in auto a cercare di vedere più possibile di quello che c’è fuori per guardare quello che c’è dentro, la sonnolenza della domenica mattina stimola le riflessioni. Perché l’epoca storica impone valutazioni, impone di rifare continuamente il punto della situazione per evitare che siano gli eventi a farmi succedere. Se non voglio che sia la vita a vivermi. E chiaramente non lo voglio. 
     Il momento di agire è sempre stato, ogni momento è il momento di agire, con la differenza che ora certe azioni sembrano non essere più procrastinabili. Gente che ci ha sempre provato – a trovare un modo migliore, a non accontentarsi, a provarci e a indignarsi – ognuno in modo diverso, ma ora ugualmente inizia ad accusare stanchezza. Gente che inizia ad essere disillusa, che inizia ad accettare compromessi, anche se sicuramente non smetterà mai di provarci. E non capisco se questo significhi crescere o invecchiare
     Guardo fuori, e non c’è niente di bello: la veduta grigia e nebbiosa trasuda freddo, e il finestrino sporco che lo incornicia non fa che renderla ancora più squallida. Eppure mi piace, la sento familiare, sento che mi appartiene, che è smagliante sotto l’apparenza sterile.
Forse è crescere: svelare illusioni, appezzare una grigia pianura padana, smettere di lottare per qualcosa. O forse è rimanere giovani, girare per respirare nuove città, continuare ad incazzarsi per la merda intorno, sperare in un altra possibilità, e fare il possibile e qualcosa di più per ottenerla. 
     O forse è solo questione di dizionari.

The Girl From Tiger Bay

24 gennaio 2010

1 Gennaio 2010. Pomeriggio. Con la palpebra ancora cadente, girovago un po’ per il web, e cazzeggiando tra i siti musicali più fidati trovo notizia dell’uscita di un nuovo disco di inediti di Shirley Bassey. Non conosco quasi nulla di lei, ma la notizia mi incuriosisce: gli interpreti della sua stazza artistica e della sua età, infatti, solitamente fanno capolino sugli scaffali dei negozi di dischi solo per raccolte, ristampe, dischi di cover o riletture di loro successi, e solo in rare occasioni si avventurano nella scommessa di un intero disco di inediti. Dunque, anche se generalmente la musica melodica orchestrale da crooner non è pane per i miei denti, decido di procurarmi il disco (ok, “procurarmi” è il termine politically correct…). 
E quello che sento mi lascia stupefatto.
Potrei dire molte cose: potrei parlare della produzione in studio assolutamente perfetta, delle orchestrazioni  impeccabili e dei suoni appaganti e misurati. Potrei parlare delle canzoni, di altissimo livello (la opening track “Almost There”, la giustamente lead-single “Girl From Tiger Bay”, la chiusura di “After Ther Rain” e “The Performance Of My Life”). Potrei parlare degli autori di ogni genere che hanno scritto per lei queste canzoni (Rufus Wainwright, Neil Tennant dei Pet Shop Boys, i Manic Street Preachers giusto per dire i primi che mi sovvengono), e potrei, anzi dovrei parlare dell’età di questa signora di quasi 80 anni che nelle foto di copertina non ne dimostra 50.
Ma quello che mi ha colpito, quello che alla fine del disco me l’ha fatto rimettere daccapo per giorni e giorni, è la freschezza con cui canta. Canta come se si fosse appena alzata una mattina d’estate, e invece di fare una corsa sulla spiaggia si fosse messa al microfono. Canta e non lo fa pesare: nonostante tutti le abbiano scritto canzoni di largo respiro dove ogni verso si presta al più ardito dei fraseggi, Dame Shirley se ne va sempre liscia, lasciando gli abbellimenti alle cantantine Careyformi, ignorando tutte le esibizioni di bella voce che poteva fare. Canta e non urla: canta e non urla (sì, Laura Pauseney, mi rivolgo a te: canta, e non urla), nonostante la potenza ce l’abbia, e solo al momento giusto, non un secondo prima, la tira fuori, e sale, e sale, e con una parola sbaraglia tutte le Urlanti e le Susan Boyle d’europa e d’oltreoceano. E poi, con un battere di palpebra ritorna all’eleganza della freschezza della ragazza di Tiger Bay.
There’s a crack in every pavement
Underneath there is a beach
It’s been a long time longing
As history repeats

Yes many times I’ve wondered
Why a part of me remains
In a place so full of beauty
That somehow never changed

I bought a ticket of a lifetime
There’s no denying who I am
Forever young, I will stay
The girl from Tiger Bay


Time has me believing
That there’s nothing left to prove
I feel the love within me
And love can’t be removed

There’s a crack in every pavement
Underneath there is a beach
It’s been a long time longing
As history repeats

I bought a ticket of a lifetime
There’s no denying who I am
Forever young, I will stay
The girl from Tiger Bay


All the memories and the scars
They dance away into the stars


I bought a ticket of a lifetime
There’s no denying who I am
Forever young, I will stay
The girl from Tiger Bay
The girl from Tiger Bay

Dutùr! #5

19 gennaio 2010

     Col dott. B, invece, ho un rapporto più distaccato, sebbene pure lui sia sempre gentile con me, grazie soprattutto delle profonde agilità informatiche di cui ho potuto fare sfoggio in questi giorni (quali: collegare la spina dello scanner al computer; mettere la chiavetta USB nell’ingresso USB, trovare con maestria il comando per fare il backup, nascosto dal criptico nome “backup”, ecc…). Nonostante la buona nomea che mi sono guadagnato con le mie abilità tecniche, tuttavia, mantengo ancora un rispettoso distacco col Dott. B, e quando sono con lui non oso mai suggerire farmaci o diagnosi, e men che meno correggere quello che dice o prescrive. Qualche volta, però, ho come l’impressione che si concentri troppo sui dettagli perdendo di vista il quadro generale…
L’altro giorno, entra in ambulatorio una paziente esagitata, saluta il medico a gran voce, e gesticolando copiosamente racconta di come negli ultimi tempi le capiti di avere degli attacchi improvvisi di paura, con sensazione di soffocamento, parestesie alle estremità, sudorazione profusa e che per tale motivo deve stendersi e per qualche minuto non riesce a riprendersi. Insomma, un attacco di panico, ho pensato. Ma il dott. B. non ha pensato lo stesso.
Dott. B. “Mmm… e il cuore, le batteva?”
Esagitation: “Sì , batteva a più non posso!”
Dott. B. “Mmm… potrebbe essere un’aritmia… Fabrizio, prescrivi una visita cardiologica con ecg”
Io, titubante: “Hem… e cosa scrivo come diagnosi?”
Dott. B: “Metti… metti tremori”
Esagitation: “Ma dottore, NON HO I TREMORI!”
Dott. B: “Mmm… ma aveva sensazione di caldo? Sì?… mmm… potrebbe essere un’ipertiroidismo… Fabrizio, prescrivi anche gli esami ematici degli ormoni tiroidei”
Esagitation, visibilmente esagitata: “Ma dottore, li ho fatti l’anno scorso, andavano bene!”
Dott. B. “Mmm… potrebbe essere una reazione allergica a qualche sostanza… cos’aveva mangiato prima di questi attacchi?”
Esagitation: “Ma niente di particolare… riso in bianco… pasta…”
Dott. B: “Eh ma non si sa mai… a volte, anche in una caramella ci può essere un tale conservante a cui lei è allergica e… TAM! Va in un anafilassi! Magari possiam fare anche le prove allergiche…”
Esagit: “Ma dottore, non sono mai stata allergica a niente! Ho solo il mio solito reflusso gastroesofageo!”
Dott. B. : “Ah, e vero, il reflusso… bhè, potrebbe anche essere quello, sa? Magari lei ha mangiato qualcosa di strano, e ha fatto indigestione!”
Esasperation: “Ma dottore, il RISO IN BIANCO!!”
A quel punto, ho pensato che forse era il caso di superare le mie remore e sollevare un dubbio… "Hem… dottore, mi scusi… ma… in caso di attacchi di panico di solito che farmaci si usano?”
 
     Oltre che per le mie competenze informatiche, poi, stamattina ho saputo farmi notare anche per le mie destrezze artistiche e illustrative. Verso la fine della mattinata, infatti, entra in ambulatorio una signora, sui cinquant’anni, visibilmente preoccupata dall’esito di un’ecografia addominale che mostrava la presenza di una “Cisti annessiale”. La dott.ssa B, con religiosa calma, ha iniziato a spiegarle che non c’era motivo di preoccuparsi, ma la signora restava comunque inquieta:
Inquieta: “Ah, dice che non devo preoccuparmi… ma… non ho ben capito cosa significa che è una cisti alessian… alessand…”
Dott.ssa M. : “E’ una cisti annessiale: significa che è in prossimità degli annessi uterini”
Inquieta: “Ah… e dove sono… questi…. questi annessi?”
Dott.ssa M. “Gli annessi sono o le tube o le ovaie, che sono vicine all’utero, ma non fanno parte dell’utero… se avessi qua un atlante per farle vedere… ma temo proprio…"
A questo punto, vedendo la dottoressa in empasse e la signora perplessa, decido di intervenire e seguendo la mia indomita vena artistica prendo carta e penna e faccio uno schizzo dell’apparato genitale femminile, “Qua c’è il suo utero, qua ci sono le sue tube uterine, e qua ci sono le sue ovaie, dove maturano gli ovociti… La sua cisti è qua e bla bla…” mostrando finalmente alla signora il significato di quella diagnosi che la preoccupava tanto. Tutto sembrava risolto, la dott.ssa M. mi guardava con occhi più cristiancaritatevoli che mai, ma la signora, forse sentendosi un po’ più coraggiosa grazie alla scoperta della sua genitalità, punta il dito sul disegno, e con sguardo curioso mi chiede: “E questo, che cos’è: è il mio utero?”
Io: “No, signora, questa è la sua vagina…”

P.S. alla fine la signora si è portata via il disegno… evidentemente non si sentiva tranquilla a lasciare in giro i suoi genitali interni…
 

Dutùr! #4

15 gennaio 2010

     Dopo aver conosciuto i Diffidenti, i Ci-Conoscenti, gli Irriconoscenti, i Riconoscenti e i Naturisti, alla seconda settimana dal mdb vengo a contatto con una nuova forma di vita: i Rappresentanti Farmaceutici. Questi bipedi dalle sembianze innocue possono essere distinti dagli esseri umani per alcune caratteristiche: innanzitutto l’Insopportabilità, peculiarità che si manifesta fin dal loro ingresso in ambulatorio, quando con un sorriso a 36 denti si presentano mettendo al posto del loro nome quello della loro casa farmaceutica, e si conferma quando iniziano a parlare. Qualsiasi cosa dicano, infatti, lo fanno in maniera immancabilmente e inesplicabilmente irritante: dalle domande di rito su come vanno le cose,  passando ai soliti commenti drammatici o elettrizzati sul tempo atmosferico, fino agli auguri di buon anno all’alba del 15 gennaio. Solitamente dopo questo incipit che vorrebbe essere cordiale e portare un clima di amicizia (mentre è ridicolo e porta un clima di insofferenza) iniziano a parlare dei loro farmaci, che ovviamente sono i migliori in commercio e sono stati prodotti dalla loro azienda, che è la migliore, e ultimamente anche i migliori pazienti stanno scegliendo il loro farmaco, che è il migliore, invece del generico, che è il peggiore.
     Del resto, niente di strano: il loro lavoro è proprio quello di presentare qualsiasi cosa come se fosse la scoperta più entusiasmante dell’ultimo quintillennio, ma la cosa raggiunge conseguenze esilaranti quando descrivono i sintomi dell’ipertrofia prostatica che il loro farmaco vuole guarire, e lo fanno come se anche questi sintomi fossero una scoperta eccezionale della loro incredibile casa farmaceutica (che è la migliore): “I pazienti lamentano minzione im-pe-riosa! E URGENZA MINZIONALE! E GOCCIOLAMENTO! TERMINALE!!!” . Mentre dicono così non sanno che rischiano un cedro terminale. SUL NASO!!!!
     All’inizio mi domandavo perché una specie così irritante non si sia ancora estinta, ma la risposta è molto semplice, ed è scritta con le penne che i Rappresentanti donano in ampia quantità ai medici alla fine del loro incontro: i Gadget. Nessun medico che si rispetti può vivere senza i fazzoletti di carta del Losartan, gli abbassalingua del Norvasc, l’amuchina tarocca della Novartis, ecc, e del resto pure io posso vantare di aver già guadagnato un bel paio di penne e un prontuario che andrà ad appesantire le già zeppe tasche del mio camice.
     Nonostante tutto, comunque, posso dire di trovarmi abbastanza a mio agio con il dott. B e la dott.ssa M. Certo, con lei mi sento più libero di giocare a fare il vero dottore, interpellando i pazienti anche senza il suo intercedere, consigliando talvolta diagnosi e terapie. (Vabbè, proprio qualche volta eh!). Lei infatti è molto pacata e bendisposta, e grazie a tali caratteristiche pare essere benvoluta dai pazienti e dai colleghi, sebbene talvolta le sue inclinazioni cattoliche mi lascino un po’ perplesso.
L’altro giorno, un paziente ghanese si presenta: “Piacere,  M. Benedictus”
Dott.ssa M: “Ah, come il nostro Papa!”
Bened: “Eh sì, proprio come lui… l’unica differenza è che lui è un po’ più ricco di me! Ahah!”
Dott.ssa M: “Dice?” E poi, voltandosi verso di me con sguardo pensieroso: “Mah… io non credo…”
Ovviamente io le ho dato ragione.
     Stamattina, invece, è stata ancora più ecumenica: a metà mattinata viene chiamata dalla segretaria, e dopo qualche minuto rientra in studio, scusandosi con me e la paziente presente spiegando che era stata chiamata per la denuncia di una donna che aveva subìto delle violenze dal marito. Ovviamente ci facciamo tutti molto seri, e condanniamo l’accaduto…
dott.ssa M: “Mamma mia… certo che un volta, almeno, c’era la religione che teneva un po’ a bada… non succedevano queste cose”
Paziente: “Vero, una volta non si sentivano mica queste cose!”
Dott.ssa M: “E l’umanità dove va a finire? Se ne va!” poi, voltandosi verso di me, con fervore: "SALVIAMOLA!”
Ovviamente, anche stavolta le ho dato ragione.

Dutùr! #3

13 gennaio 2010

     Poi d’improvviso il divertimento finisce, quando dalla porta dell’ambulatorio entra una persona che conosci, un amico, e non ci avevi pensato che abita lì, e certo, poteva avere quello come medico di base, e in un minuto vieni a sapere delle cose che non volevi, e c’è imbarazzo e confusione, e cerchi di tergiversare, ma sei distratto e non sei sicuro di capire bene, e di colpo non sei più dottore e i sei anni di studi non contano più, e quando esce lo assicuri che non ne farai parola con nessuno, perché non puoi e comunque non vorresti, e non dici quello che vorresti dire, che può contare su di te e vorresti far qualcosa anche se non sapresti cosa e vorresti parlare ma finisce tutto con un sorriso troppo leggero e troppo finto, e per le seguenti visite sei distratto e continui a fare errori al computer e vorresti andare un attimo a casa ma c’è un sacco di gente e non puoi, allora decidi che non ci devi più pensare, che ricetta le serve signora? Sì un attimo! Avanti il prossimo!

Dutùr! #2

10 gennaio 2010

     D’altro canto, c’è sempre una nutrita schiera di pazienti molto gentili e Riconoscenti. Si tratta soprattutto di donne di mezza età, soprattutto bruttine, soprattutto single – insomma, le zitelle. Entrano in ambulatorio e invece di dire il motivo della visita si concentrano sulla new entry che siede dietro la scrivania accanto al giovane-una-volta dott. B, e scrutandomi come se fossi in esposizione: “Ah, ma pensa, hai un aiutante! Che bella cosa, così ti dà una mano e impara il mestiere! E com’è giovane! E carino, anche!”. Finché l’imbarazzo si fa palpabile e il dottor B. cerca di riportare in carreggiata la simpatica pulzella-una-volta. 
     Oltre alle zitellone, anche molti altri pazienti si  dimostrano Riconoscenti, apprezzando come pur essendo giovane (e dàje! se qualcuno si sente vecchio vada a fare un tirocinio dal medico di base e cambierà idea!) sia già dottore, molti addirittura vogliono sapere dove aprirò uno studio – merito questo anche della moglie del mio dottore, la dottoressa M., che ogni volta che un paziente lamenta mal di testa mi presenta come un esperto nazionale di diagnosi e cura delle cefalee, e li invita a farsi seguire da me in futuro (“Dottoressa M. che sta’ a dì?! Se va bene aprirò uno studio tra 10 anni!”).
Ovviamente gli Irriconoscenti non mancano comunque mai di farsi vivi, talvolta anche  in forme e modi gentili: “Eh, per diventare dottore deve fare anche i tirocini, altrochè!” (“Signora, come glielo devo dire che io sono GIA’ un dottore!?”), ma finché sono educati la prendo come una ulteriore  e sincera dimostrazione della mia ormai eterna giovinezza.
     Ci sono però alcune categorie di pazienti con cui devo ancora imparare a rapportarmi, (a differenza della gentilissima dottoressa M. che sembra invece in grado di produrre valanghe di spontanea e melensa affabilità per qualsiasi prodotto dell’Altissimo): i Naturisti. Quelli cioè che vengono dal medico ma pretendono di essere curati solo con “prodotti naturali”. Dei coglioni, insomma. (Perché, va bene, ognuno fa quello che crede, ma se non credi nella medicina non rivolgerti ai medici, vai dalla tua Maga Magò dell’erboristeria e dai suoi altrettanto giovanissimi tirocinanti e veditela con loro). Ad ogni modo, ho ora capito che al di là delle mie idee devo imparare ad essere imparziale e contenuto anche con loro, un po’ perché la deontologia me lo impone, ma un po’ anche per evitare figure di merrey come quella dell’altro giorno:
     Io, lasciato momentaneamente solo dalla dott.ssa M. : “Buongiorno, come va?”
Naturista russa: “Se sono qua è perché va male, – cough cough – non crede?” 
Ineccepibilmente russa, in effetti.
Io: “Cosa c’è che non va?” (Forse dovrei sempre iniziare così le interviste. Ma poi di sicuro entra uno che sta benissimo e vuole una ricetta per la suocera 85enne, e la prende male. Dovrò ragionarci, su sta cosa.)
Naturuska: “E’ una settimana che ho mal di gola e tosse, poi due giorni fa ho iniziato ad avere anche – cough cough – mal di testa e la febbre”
Io: “E ha preso qualcosa?”
Naturuska, un po’ toccata nell’orgoglio: “Io mi curo solo con sostanze naturali, la dott.ssa M. lo sa!”
Io, perplimendomi: “Quindi cosa ha preso?”
Naturuska: “Ho preso delle gocce di estratto di mirtillo rosso e ho bevuto degli infusi al propoli e miele dell’anatolia, ma non è passato…”
Io, interrompendola: “Eh bhe, per forza!!”
A questo punto la Naturista smette di parlare, e mi lancia un cattivissimo sguardo russo,  facendomi capire che forse avrei dovuto adottare un poco più di tatto e di imparzialità… Bhè, pazienza, per togliermi dall’imbarazzo le chiedo di aprire la bocca per vedere le tonsille (che non aveva più), finche la buonissima dott.ssa M. entra e con il suo savoir-faire gentilerrimo riesce a rifilarle un antibiotico. Derivato da sostanze naturali, in un certo senso.
(continua… con il benestare della Naturuska…)

Dutùr!

7 gennaio 2010

     Di tirocini ne ho fatti veramente tanti, ma quello dal medico di base è sicuramente un’esperienza a sé stante.
 
     La mattina mi alzo presto, e per arrivare all’ambulatorio del piccolo paese a cui sono stato assegnato faccio qualche chilometro in mezzo ai vigneti. Una volta arrivato, c’è un piccolo ambiente fatto di due sole stanze: quella delle visite e la sala d’attesa. Non c’è via di scampo, insomma. Fin dall’inizio, tutto è diverso: tanto per iniziare, non essendo in ospedale, non ho attorno la solita folla di medici e pazienti, e il rapporto che si crea col paziente (ma anche col medico) diventa automaticamente più intimo, ma anche meno protetto e dunque più imprevedibile.
     Appena entrati, i pazienti mi guardano come se fossi un alieno. O una pianta grassa cresciuta improvvisamente sul loro balcone durante la notte. Sicuramente come qualcosa di inaspettato, di dubbia utilità e senz’altro non richiesto. Insomma: sanno come mettermi a mio agio. Fortunatamente il mio dottore è molto gentile e mi presenta sempre ai suoi pazienti (aggiungendo, alla fine della presentazione, “E’ un medico”, giusto per non lasciare dubbi sul significato del dott.” prima del mio cognome), allora essi mi squadrano di nuovo, categorizzandomi questa volta nella classe “Non Richiesto, Ma Forse Non Del Tutto Inutile”.
     Dopodiché, inizia la visita, e le evoluzioni a questo punto sono imprevedibili (e son solo al secondo giorno!). Ovviamente la categoria più nutrita è quella dei Diffidenti. Del resto, neanche io mi sentirei molto al sicuro tra le braccia di un medico che può vantare un’esperienza clinica di sì e no tre mesi, ma credo che, come fanno la maggior parte dei Diffidenti, terrei per me le mie perplessità rivolgendomi al dutùr di fiducia, che ovviamente non mi lascia (quasi) mai da solo. Ciò nonostante, ci sono alcuni Diffidenti che sentono il bisogno di esplicitare maggiormente la loro Diffidenza, e quando mi avvicino ai loro toraci denudati col mio aggressivo fonendoscopio verde elettrico sbottano in un “Ma mi devo fidare di questo qua? Non avrà neanche la mia età!”, ma io mi trattengo dal far loro notare che se vogliono farsi visitare da Rita Levi Montalcini la lista d’attesa è uguale a x –> ∞ , e che lei sicuramente non è più giovane di nessuno di questo ambulatorio.
     Un’altra categoria è quella dei Ci-Conoscenti: ossia quelli che sostengono di conoscerti, e solitamente sono i ragazzi o comunque i pazienti più giovani ed estroversi. Questi mi fanno morire: “Ciao, noi ci conosciamo già!”. E io: “Hem… no…”. E lui, con gioia e decisione: “Ma sì: MEDIAWORLD!”.  Alché io, fingendo di carpire il significato di questa parola d’ordine che in anni e anni di intima amicizia con tale simpatico sconosciuto abbiamo forgiato, ricambio con un vigoroso “Aaaah ma ceeeerto! Come va?” che è comunque sempre un buon modo per iniziare una visita medica, ed evito così imbarazzanti domande su conoscenti comuni che non conosco e parenti che non si apparentano.
     Ci sono poi gli Irriconoscenti: quelli cioè che mai e poi mai crederanno al fatto che io sia un medico, e si rivolgono a te per chiederti appuntamenti, orari, numeri di telefono, e immancabilmente ti chiedono se c’è un dutùr (“Signora, pure io sono un dottore, ma soprassediamo…”). Una delle migliori, l’altro giorno:
signora dai capelli rossi: “Buongiorno, vorrei prendere un appuntamento con il dottor B.”
io: “Mi dispiace, ma per quello deve parlare con la segretaria”
rossa: “E lei? Non può mica darmelo lei l’appuntamento?”
io: “No, io non sono il segretario.”
Rossa: “Come no, io son venuta apposta per prendere l’appuntamento!”
Io: “Mi spiace, ma io sono un tirocinante, per prendere gli appuntamenti deve parlare con la segretaria”
rossa: “Ma la segretaria che c’era prima di lei me lo dava, l’appuntamento!”
io: “…”
rossa: “…”
io: “Per quando le serve l’appuntamento, signora?”
 
 
(continua… spero…)