Time Boxes – II

29 dicembre 2009

E poi, di 365 giorni, alla fine ci si ricorda solo di una manciata di episodi. Magari non ora, ma fra un paio di mesi farò forse fatica a ricordare bene cosa ha composto il 2009. Allora ho deciso di prendere tutte le fotografie di quest’anno, le ho sparpagliate sul letto e ho messo le più importanti in una scatola del tempo – una Time Box.

Il 2009 è stato buono: I’ve had some good times, anzi ne ho avuti molti. Ce l’ho fatta: mi son laureato! "Con successo", e soprattutto son riuscito a farlo senza rinunciare a tutto il resto. E tutto il resto è stato ancora una volta imprevedibile. Ho conosciuto una sfilza di persone, qualcuno l’ho anche già dimenticato, ho guadagnato qualche amico e ne ho perso qualche altro. Mi son lentamente spostato dall’università all’ospedale,  ma continuo a sperare di non abbandonare del tutto lo student lifestyle, anche se in forme un po’ diverse. The heart, ha vissuto alcune serate, mattine e pomeriggi memorabili; si è anche guadagnato qualche crepa, si è anche riparato. Suono. Come sempre mi lascio trasportare da quello che ascolto e talvolta anche da quello che suono, appunto. Ho letto poco, ho visto tanto, davanti ad uno schermo e con i miei occhi. Ho girato tre continenti e cinque nazioni. Ho parlato più del solito, più intimamente del solito, e ne sono generalmente contento. Mi son tagliato i capelli soltanto una volta, e ho scoperto che non sono più ricci come l’ultima volta che li avevo lasciati crescere. Ho deciso di tagliare alcuni fili e di abbandonare alcune cose che non sapevo più gestire. Ho pensato molto al mio "futuro", non son sicuro di esser giunto ad alcuna conclusione. Per cui per qualche minuto la smetto di pensare a quello che succederà, e riguardo le foto, per esser sicuro di non dimenticare niente.  

 

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Time Boxes – I

27 dicembre 2009

 
     Mi piace guidare la domenica sera, diretto al mio appartamento cittadino. Col tempo è diventato un rito.
     La strada è quasi sempre libera, e si riesce a scivolare veloci nella tangenziale che diventa buia. La domenica sera non sono mai stanco, e come che sia andato il weekend ormai è finito, e con lui le solite aspettative eccitanti ed estenuanti. La nuova settimana mi aspetta in città, ma mentre guido posso ancora ignorare il fastidio della sveglia del lunedì e liberare i pensieri su quella manciata di appuntamenti che ancora mi conquistano. Molte delle cose che faccio mi piacciono ancora, nonostante rientrino nella categoria “lavoro” o “impegno”, un po’ come quando da bambino tutto mi sembrava elettrizzante, anche andare a scuola la mattina o fare in bicicletta il giro dell’isolato.
     Guido piano, se piove sento il riparo della mia auto, se il cielo è limpido mi sembra eccezionale, se c’è il vento abbasso la radio per cercare inutilmente di sentirlo. Il periodo migliore è verso la fine dell’inverno, quando la sera si inizia a sentire l’aria che si fa via via meno fredda, e quello che una settimana prima era buio ora si lascia rischiarare un po’ dal tramonto.
     Guido sempre in silenzio, anche a costo di essere scortese con chi mi accompagna. Questa sera l’ho fatto per l’ultima volta.
 
Sono tornato, e un poco di vento ha spazzato via tutta la nebbia. Il cielo è limpido è si vedono una miriade di stelle, come se avesse nevicato all’incontrario e tutto brillasse dall’alto. Non fa neanche freddo, o meglio, il freddo intensissimo dei giorni scorsi fa apparire la temperatura di stasera quasi accogliente, a dispetto dei cumuli di neve ghiacciata che svelano il contrario. Mi concedo due passi nel giardino, lasciandomi ancora nel pensiero di tutto quello che sto salutando in questi giorni. Come un poco di vento, e tutto appare o scompare.

Ancora, ancora Povia!?

18 dicembre 2009

L’anno scorso pensavo che il sedicente (no, non ho scritto "seducente") cantautore Povia avesse raggiunto il fondo con la sua canzone sottilmente omofoba filo-cattolica redenzionista "Luca era gay".

Ebbene, mi sbagliavo.
 
Quest’anno, e non sto scherzando, la sempre lungimirante commissione di Sanremo ha pensato bene di accogliere di nuovo il benpensante giovanotto con una canzone dal titolo ancora più minaccioso di quello dell’anno scorso: Povia – La verità (Eluana) [Canzone su Eluana Englaro] (da www.soundsblog.it)
 
Voglio diventare straniero. Possibilmente immigrato irregolare.

In bagno… col vizio

14 dicembre 2009

I vizi capitali compaiono in Aristotele che li definisce "gli abiti del male". Al pari delle virtù, i vizi derivano dalla ripetizione di azioni che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione. Nel Medioevo i vizi sono visti come un’opposizione della volontà umana alla volontà divina. Nell’Età dei lumi la differenza tra vizi e virtù perde importanza, poiché anche i vizi, come le virtù, concorrono allo sviluppo industriale, commerciale ed economico. Dopo il periodo illuminista i vizi compaiono in alcune opere di Kant che vede nel vizio un’espressione della tipologia umana o di una parte del carattere. Da l’Antropologia pragmatica di Kant nell’Ottocento sono stati scritti grandi trattati di psicologia umana. I vizi diventano la manifestazione della "psicopatologia" dell’uomo. I vizi diventano quindi malattie dello spirito.”
Nell’uomo contemporaneo tali vizi si estrinsecano in maniera peculiare in ambiente domestico. Un luogo, in particolare, sembra essere maggiormente incline ad accogliere il novello peccatore: il bagno.
 
I sette vizi capitali sono:
Superbia (sfoggio della propria superiorità rispetto agli altri)
Avarizia (mancanza di generosità, colui che è taccagno)
Lussuria (dedizione al piacere e al sesso)
Invidia (desiderio malsano verso chi possiede qualità, beni o situazioni migliori delle proprie)
Gola (abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola)
Ira (il lasciarsi facilmente andare alla collera)
Accidia (la pigrizia, l’ozio, la poca voglia di fare, l’apatia, il disinteresse verso gli altri, verso se stessi, e verso la vita)
Per una miglior comprensione si invitano i lettori a consultare l’esauriente reportage al seguente link:
 
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In Consulti

8 dicembre 2009

Circa un mese e mezzo fa mi sono laureato. Ebbene sì. E da allora, la mia vita è rimasta sostanzialmente invariata: la mattina mi alzo e in bicicletta vado in ospedale, pranzo con un panino veloce al solito baretto dove le cameriere hanno un perenne ciclo mestruale, e in tutto il tempo che mi rimane studio, poi studio e ancora studio. Ho cambiato appartamento (ma sempre con degli student… hem Dottori come me), ho sempre il solito camice stropicciato nella solita borsa a tracolla,  e quando guardo Dottor House continuo a non indovinare la diagnosi. Ho molte più penne stilografiche di prima ma continuo a non saperle usare; ho il mio stesso armadietto in aula studio, e quando entro in ospedale negli orari chiusi al pubblico per farmi aprire dall’usciere continuo a qualificarmi come “studente”.

L’unica effettiva differenza, ora che a rigor di burocrazia dovrei farmi chiamare “Dottore”, è che ora la gente mi chiede consigli. Anzi, consulti. E in maniera inconsulta! Il tutto è iniziato a pochi giorni dal mio rientro dopo il viaggio di laurea, quando mi son trovato nella casella di posta elettronica l’email di un’amica, anch’essa studentessa di medicina, che mi chiedeva gli effetti collaterali neurologici di un tale antibiotico (stavo per andare a cercarli sul libro, quando mi sono accorto che era un azione che poteva fare benissimo anche lei). Dopodiché è arrivata una lettera di un amico chiedendomi pareri su un bravo neurologo da consigliare ad un conoscente che aveva un amico con un figlio che aveva un vicino di casa con una malattia neurologica non meglio specificata. E così via, con altre richieste di “nomi” raccomandabili chi per l’una chi per l’altra cosa, per campi vicini o meno ai miei interessi. Sono poi seguite richieste più specifiche, tipo: “Ho un’emissione di sangue dalle urine, secondo te ho un tumore?” oppure: “La mia ragazza ha probabilmente una malattia incurabile, ti va di darle un occhiata?” ed altre lievi domande per nulla imbarazzanti o impegnative. Le richieste di consulenze sono iniziate a fioccare in maniera imbarazzante, attraverso tutti i canali di comunicazione: e-mail, sms, chat, piccioni viaggiatori, segnali di fumo – il tutto senza contare le mai sopite richieste di informazioni mediche per sé e per gli amici da parte dei miei famigliari.

Ora, io sono davvero, davvero molto contento di sapere che la gente si fidi di me, e che quel pezzo di carta con dei numerini sopra abbia del tutto sdoganato le remore a saziare le più profonde curiosità mediche, ma… io continuo ad essere all’incirca quello che ero un paio di mesi fa, mi sono giusto fatto crescere un po’ di barba per apparire più autorevole (o più sexy, dipende dai punti di vista), ma quello che ci sta dietro ha bisogno ancora di qualche tempo per essere dispensatore di consulti medici affidabili. Ma ovviamente nel frattempo non smettete di chiedermi informazioni e consigli, altrimenti avrò la certezza che la barbetta non è proprio servita a nulla.