Le avventure di un giovane vibratore in ospedale – Pt.II

7 febbraio 2008

[continuazione:]
 
Last night a Tappo Auricolare saved my life
     Purtroppo, come in ogni reparto di neurologia che si rispetti, anche in quello dov’ero ricoverato c’era una considerevole vita notturna… risparmierò i dettagli per rispetto verso quei poveri sofferenti che non ne avevano chiaramente nessuna colpa, ma vorrei altresì ringraziare pubblicamente quella persona che ha inventato i tappi per le orecchie… GRAZIE, GRAZIE DAVVERO, la mia degenza è davvero cambiata da quando ho iniziato ad usare quegli aggeggi gialli! Sorriso
     Non voglio invece ringraziare per nulla quel bastardo che ha inventato il Venflon, che, per chi non lo sapesse, è un ago che si conficca in una vena del braccio e viene tenuto lì per anche 72 ore (molte di più nel mio caso, grazie ad una infermiera non proprio ferratissima in matematica). Nulla di che, se non fosse che ogni volta che piegavo il braccio l’ago si conficcava gradevolmente dentro di me per una manciata di millimetri, per poi uscirne altrettanto piacevolmente quando riaprivo il braccio… vi lascio immaginare con quanto piacere svolgevo la mia toelettatura mattutina!!A denti stretti
     Durante la giornata scopro poi che il mio vicino con il Parkinson è anche colpito da Alzheimer, e, non contento di continuare ad umiliarmi ad ogni pasto (vedi post precedente), mi batte anche sul campo memoria, dimostrando di sapere più risposte di me ad un cruciverba proposto dalla Kessler-moglie … a questo punto si affaccia alla mia mente la malsana e ben poco deontologica idea di sfidarlo ad una corsettina nel corridoio… idea prontamente censurata dal mio altissimo senso morale.
     Fortuna che ci han pensato le figlie/mogli dei miei compagni di stanza a distrarmi, insultando allegramente Antonella Clerici durante la “Prova del Cuoco” per aver sbagliato non so quale dosaggio di non so quale ricetta…Ha ha!! Incredibile come s’infervoravano contro la tv!
Paziente Impaziente
     Dopo il terzo giorno, comincio ad inserirmi nel contesto sociale del reparto: faccio allegramente il saccente con le infermiere (che come da copione mi correggono sistematicamente), zompetto qua e là, chiedo al gentilissimo primario qualche dettaglio sulla mia cura e lui notando il mio interesse mi mostra alcune radiografie, io ricambio aiutandolo nelle visite di altri pazienti… Insomma, a questo punto nessuno dubita più che io sia un infiltrato: ormai è una certezza! Passo la giornata come se fossi alla gita delle medie: in pigiama sul letto con i (figli/mogli dei) miei compa di stanza a chiacchierare di mariti, mogli, love-affairs e corna-affairs…Animoticon
     Ma la mia spensieratezza dura poco: al giro visite infatti, i medici mi comunicano che, a causa degli attacchi che ho avuto, non potrò guidare per un po’ di tempo, almeno per sei mesi… Momento di crisi… Per riprendermi occupo abusivamente la stanza in parte alla mia, da poco vuota, e lì stabilisco la mia postazione-studio: chiudo la porta e nessuno mi disturba. Riprendo un po’ delle mie abitudini, e mi riconosco. E mi tranquillizzo.
Un anno
Studiare in ospedale non è impossibile, ma francamente è un po’ difficile. Tanto per cominciare, non c’è mai un’ attimo di pace:
     – ore 5:45 di mattina giro delle temperature;
     – ore 6:45 cambio lenzuola
     – ore 7:45 colazione
     – ad un orario indefinito tra le 8:30 e le 10:30 giro visite (a cui non volevo chiaramente mai mancareAnimoticon)
     – ore 12:00 pranzo
     – ore 13:30 fino alle 14:30 visite parenti
     – ore 15:00 te
     – ore 18:00 cena
     – ore 19:30 fino alle 20:30 visite parenti
Insomma, di tempo libero ne rimaneva poco. In più, dovevo destreggiarmi da tutte le nonnine che, assistendo i loro cari in ospedale, mi vedevano sui libri e non riuscivano a tenere a freno l’irresistibile impulso di venire da me e chiedermi “Ma che bravo, stai facendo i compiti di matematica?!?” (“Sì, cinque anni fa li facevo. E ora mi è un po’ difficile anche concentrarmi per 10 minuti continuativi!”)

     Inoltre, il fatto di stare alternativamente in corridoio o nell’altra stanza mi permetteva di assistere a delle scene tragicomiche…

La più assurda: una nonnina esce dalla stanza dove stava verosimilmente assistendo il marito, e vede una donna anziana ricoverata, che camminando lentamente si avvicina. Iniziano una leggera conversazione: “Come va, lei da dove viene…” Ad un certo punto, la nonnina sana(?): “Ma lei per cosa è ricoverata ?” e la paziente “Ho il morbo di Parkinson” e la geniale nonnina “Davvero? Anche il parroco del mio paese ce l’aveva. Dopo un anno è morto. Però fino alla fine andava in giro, faceva messa, sempre tremando ma lo faceva!”.Deluso
     La povera paziente la guarda un attimo esterrefatta, poi camminando instabilmente se ne torna alla sua stanza.
Ma dico, un po’ di testa la gente non ce l’ha!???!!???
 
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